‘Assessora’ suona male? La linguista: “Va usato lo stesso”

“C’è chi dice che suona male, ma non è così: la lingua italiana ha delle sue regole precise”. Ieri a Bologna un seminario sul linguaggio di genere

BOLOGNA – Non si può scegliere di chiamare “assessore” una donna solo perché definirla ‘assessora’ “suona male”. Così anche avvocata, sindaca o medica non sono parole da usare a piacimento. Sono però termini che si devono utilizzare quando a ricoprire l’incarico è una donna. Dell’importanza dell’uso ‘giusto’ del linguaggio di genere ha parlato la linguista e docente universitaria di Modena e Reggio Emilia (Unimore), Cecilia Robustelli, al seminario “L’uso del genere nel linguaggio amministrativo e istituzionale”, tenutosi ieri a Bologna. Ma, lungi dall’essere una novità figlia del 21esimo secolo, il linguaggio di genere è apparso sulla scena pubblica già nel 1987 col libro: “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini, realizzato dalla commissione Pari opportunità su impulso dalla presidenza del Consiglio dei ministri, come ricorda la stessa Robustelli.

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Il seminario, pensato per sensibilizzare sull’uso del “femminile” nel linguaggio istituzionale, ha richiamato il fatto che la lingua italiana abbia delle sue regole precise che sono cardine del discorso: “L’uso del genere femminile non è opinabile, altrimenti cade la comunicazione“, specifica Robustelli. Non è una scelta di chi parla, è la lingua ad essere così. “D’altro canto- incalza la docente- decliniamo i termini maschili come ‘ministro’ al plurale, facendolo diventare ‘ministri’, perché non dovremmo fare altrettanto con il femminile?”.

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Nonostante sulla grammatica di genere siano state prodotte norme nazionali e regionali, delibere e linee guida, ultime le “Linee guida per l’uso del linguaggio amministrativo” del ministero dell’Istruzione e dell’Università nel 2018, è ancora uso comune nel parlato e nei documenti amministrativi che alcuni termini rimangano maschili. “C’è chi dice che suona male, o che si sta indicando la carica e non la persona”, dice la professoressa, ma non è così: il genere grammaticale è importante per l’identificazione e la lingua ha dei codici precisi. Come ricorda anche l’assessora alle Pari opportunità del Comune di Bologna Susanna Zaccaria che in apertura del seminario promosso dalla “Casa delle donne Onlus” ha detto: “Quello che non nominiamo non lo vediamo e nella nostra società non esiste. Questa è l’importanza del linguaggio”. 

Robustelli ha anche elencato alcune indicazioni per una comunicazione efficace e non discriminatoria in ambito amministrativo. In primo luogo è importante la parte paratestuale (intestazione, firma) del documento: bisogna indicare col giusto genere grammaticale di chi si sta parlando: consigliera, assessora, il dirigente, la dirigente. È vero che non sempre nei documenti amministrativi si può effettuare la cosiddetta “duplicazione”: affiancare al sostantivo maschile il corrispettivo femminile. Questa operazione nei testi lunghi o complessi, infatti, può compromettere la leggibilità del documento. In quel caso si può scegliere quale strategia adottare: ad esempio, riformulare il documento ex novo, oppure utilizzare dei sostituti generici come “il corpo docente” per indicare professori e professoresse; oppure utilizzare il “maschile inclusivo”, il maschile che comprende tutti, pur avendo riguardo di presentare, all’inizio del testo, la componente femminile del documento. Ci si deve comunque sempre affidare al buonsenso in modo che il documento rimanga comprensibile ed utilizzi un linguaggio appropriato, ha raccomandato ancora Robustelli.

di Veronica Lucchini . «Agenzia DIRE» e l’indirizzo «www.dire.it»