Istituto Piepoli: 4 italiani su 10 si rivolgono a psicologo 47% va da privati. cause? 60% vita quotidiana, 56% disturbi, 52% relazioni

Diagnosi, lo psichiatra: non può essere puramente descrittiva ricorrono 25 anni da Dsm, Lingiardi punta su alleanza diagnostica

(DIRE) Roma, 20 giu. – Dal punto di vista della diagnosi per gli
psicologi ricorre un altro anniversario: i 25 anni dal famoso
Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm).
   “Dal 1994 a oggi la comunita’ degli psicologi ha dovuto fare
riferimento al Dsm, una diagnosi psichiatrica medica rispetto
alla quale, pero’, ha avuto sempre un rapporto un po’
ambivalente: c’e’ chi l’ha affrontata con spirito di servizio,
chi piu’ obtorto collo, chi con un certo spirito burocratico, ma
fondamentalmente con un disinteresse per il compito diagnostico.
Gran parte del mio lavoro, come ricercatore e accademico, e’
stato teso a creare un interesse nei confronti della diagnosi
anche da parte degli psicologi”. Lo racconta alla Dire Vittorio
Lingiardi, professore ordinario di Psicologia dinamica de La
Sapienza Universita’ di Roma, prendendo parte al trentennale
celebrato oggi dall’Ordine nazionale degli Psicologi.
   Lo psichiatra e psicoanalista poi aggiunge: “La proposta
diagnostica per uno psicologo non puo’ essere solo la diagnostica
oggettivante, che parte da un principio puramente descrittivo.
Deve essere una diagnostica che cala il soggetto nella sua
realta’ bio-psico-sociale e che si rapporti in modo conoscitivo e
con reciprocita’ all’operazione diagnostica. È quella che io
chiamo l’alleanza diagnostica- sottolinea l’esperto- ed e’ il
requisito necessario alla costruzione della cura e quindi
all’alleanza terapeutica”. È questo il significato sotteso alla
creazione del Manuale diagnostico e psicodinamico (PDM-2).
“Un’impresa che ho costruito insieme a Nancy McWilliams per
dotare la compagine degli psicologi di un manuale diagnostico che
include i concetti e le competenze di tipo cognitivo e
neuroscientifico”.
Il PDM-2 e’ un documento fruibile per la
comunita’ psicologica nel senso piu’ ampio, “per affrontare la
diagnostica del paziente dal punto di vista del suo funzionamento
mentale, dei suoi stili e delle sue caratteristiche di
personalita’, ma naturalmente anche dal punto di vista dei suoi
sintomi e della relazione con il clinico. La diagnosi e’ un
momento in cui un esperto dice al paziente qualcosa del suo
funzionamento mentale- spiega Lingiardi- ma e’ anche un momento
in cui il paziente coglie e capisce qualche cosa del suo
funzionamento, delle sue relazioni e di come il clinico si
rapporta lui. È un momento di conoscenza relazionale, senza il
quale non si puo’ fare il passo successivo, l’invio. In base a
quale riflessione il clinico diagnosta decide che per quel
paziente vada bene quel determinato tipo di intervento con quel
tipo di psicologo o di psicologa? Ecco che diagnosi, alleanza
diagnostica, riflessione sull’invio e costruzione dell’alleanza
terapeutica sono momenti che lo psicologo e la psicologa devono
sempre tenere insieme. Sono imprescindibili per un buon esercizio
della professione”, chiarisce il professore de La Sapienza.
   “Nella relazione terapeutica esistono fattori che chiamiamo
aspecifici che sono relazionali e trasversali a qualunque tipo di
approccio. Esistono sia nell’ambito cognitivo che dinamico e
sistemico-familiare. Poi ci sono i fattori specifici- continua lo
psichiatra- quegli aspetti tecnici dell’intervento che sono piu’
legati ai singoli modelli. La ricerca ormai ha appurato che in
termini di cura e di outcome positivo il fattore relazionale e’
il fattore trasversale della cura. Naturalmente deve essere
compiutamente declinato con i suoi fattori specifici- conclude-
nell’ambito delle differenti competenze e dei differenti
approcci”.

Il video: http://93.148.201.171/News/2019/06/20/2019062001665104948.MP4