Fials, Sanità pubblica è condannata a morte: si cureranno soltanto i cittadini con tanti soldi

“Le proiezioni di crescita tendenziale confermate allo 0,2% del Pil, la ripercussione sulla spesa sanitaria pari a  -0,1%, l’incidenza progressiva che la farà scendere fino al 6,4 % nel 2022, le dichiarazioni del ministro della Salute Giulia Grillo che si è lasciata scappare la volontà di aprire alle mutue e alle assicurazioni private e, non ultimo, i contenuti del Documento di economia e finanza spazzano via ogni dubbio: il piano previsionale di assunzioni del governo gialloverde è un mero bluff perché il Lazio pagherà l’handicap di essere una regione ‘canaglia’ ancora sottoposta a piano di rientro e quindi con un deficit da sistemare. Vale a dire che malgrado gli sforzi enormi dei cittadini super tartassati dall’addizionale Irpef, dai tagli di reparti, specialità, posti letto e chiusura degli ospedali il Lazio è riuscito a far crescere il proprio deficit. E’ mancato il controllo sulla spesa, sul sistema di reclutamento, sugli appalti e al contempo le aziende sanitarie e gli enti del Ssr hanno avuto campo libero per nascondere i debiti: la spesa per il personale è passata al capitolo beni e servizi in quanto, gli affidamenti esterni a onlus, cooperative e i contratti atipici co.co.co. rinnovati innumerevoli volte, gli operatori sanitari a partita Iva e gli interinali non hanno fatto che far crescere i dispendi di risorse pubbliche. Ecco come il Lazio, con il placet deigovernatori che si sono succeduti, Piero Marrazzo, Renata Polverini e Nicola Zingaretti che hanno seguito una politica di tagli inopinati di genere ragionieristico che non hanno  tenuto conto in alcun modo la ‘centralità  dell’uomo’ e che nel tempo hanno fatto emergere la depauperazione qualitativa del SSR centrato su errati e ingiusti risparmi penalizzando i professionisti del settore, che hanno retto sulle proprie spalle il peso di una sanità malata pur tentando di garantire le cure e cercando a mani nude di allenire I disagi ai cittadini”. 

E’ quanto riporta il dirigente sindacale Roberto Lazzarini, della Segreteria regionale Fials del Lazio che spiega ancora, durante la conferenza stampa e l’ampio excursus valutativo che si è svolto, in un appropriato tavolo tecnico, con tutti gli esponenti provinciali dell’Organizzazione, che: “E’ superfluo ricordare il grave deficit di personale delle discipline sanitarie, tecniche e amministrative che oggi è esistente negli ospedali del Lazio e che se non verranno immediatamente stabilizzati attraverso procedure di reclutamento ben definiti potranno decretare la fine progressiva del servizio sanitario pubblico come realtà universalistica stabilita dall’articolo 32 della Costituzione e supportata dalla legge 833/78 che tutto il mondo ci invidia. Addirittura la Cina si sta avviando a regolare l’assistenza pubblica sul modello di questa legge italiana. Differentemente la scelta regionale è stata quella di non erogare più le prestazioni sanitarie piuttosto di acquistarle dai privati. Al momento questa è l’amara fotografia del Lazio per quanto riguarda solo il personale infermieristico: si stima che almeno il 53% di chi ha maturato i requisiti usufruirà del decreto ‘Quota 100’ e che nell’arco dell’intero anno potranno essere oltre 2.500, su un totale di 5.300, gli infermieri che andranno in pensione. Una carenza marchiana che a fine 2019 si concretizzerà in un deficit pari a oltre 6.000 infermieri nelle aziende sanitarie pubbliche di tutto il territorio regionale”.

“Purtuttavia – ha aggiunto il segretario provinciale di Roma, Mauro Bufacchi – fino a oggi l’amministrazione regionale, ci ha voluto far credere al bisogno di tagliare il personale e i servizi della sanità per ragioni finanziarie: i tagli hanno portato a una plateale maggiorazione della spesa annua. Ecco spiegato il come e il perché. Invece di tagliare i servizi bisognava efficientarli, eliminando i servizi non produttivi. Quanto agli operatori sanitari per risparmiare non si deve pagare la cooperativa tra 24 e i 28 euro orari un infermiere se a costui ne vanno in tasca tra gli 8 e i 9 euro lordi. Questo è lo spreco e al contempo il costo del personale aumenta mentre il lavoratore viene annientato e sfruttato: siamo difronte a un caporalato sanitario non indifferente in capo alle coop. A oggi si stimano nel Lazio circa 4.000 lavoratori atipici nella sanità. E non solo a Roma ma anche nelle altre province come attestano i nostri rappresentanti a Rieti, Viterbo e Frosinone”. 

 “Vogliamo raccontare e lo abbiamo documentato con un’intervista in totale anonimato, la storia di un precario Co.co.co senza ferie, malattia, né Tfr che oltretutto versa il proprio contributo previdenziale a un ente privato l’Enpapi, al centro in queste ultime settimane di inchieste giudiziarie – precisa Bufacchi -. Questo nostro iscritto ha lavorato nei Pronto soccorso, in terapia intensiva, in rianimazione e poi è stato mandato in questi ultimi 10 anni sul territorio a fare servizi in capo al Cad domiciliare. Di contro abbiamo addirittura gli infermieri-rider ossia a chiamata mensile con partita Iva che lavorano fianco a fianco con gli strutturati e prendono la metà dello stipendio lavorando il doppio delle ore”.

“Mandare avanti queste figure significa non rispettare il lavoro di alcuno, mettere a rischio i Livelli essenziali di assistenza (Lea) con grave ricadute sulla salute dei pazienti e pesanti ripercussioni sulle famiglie. Paradossi che – precisa il dirigente sindacale Stefano Di Matteo – sono tanto nel sistema pubblico ma ancora di più in quello privato convenzionato e negli ospedali classificati dove i controlli per l’accreditamento non vengono assolutamente effettuati. Anzi alla luce dei fatti e della volontà di annientare la sanità pubblica meno questa lavora e meglio è. Con conseguente moltiplicazione del deficit come il caso dell’ex ospedale Eastman ad esempio. Qui dopo l’accorpamento alla Clinica odontoiatrica del Policlinico Umberto I in due anni il deficit è stato triplicato”. 

A spiegare invece i paradossi assunzionali dei precari è l’avvocato della Fials Livia Palmieri che parla di: “Abuso delle normative in vigore che, peraltro sviliscono il lavoro. Piuttosto serve avviare un percorso di stabilizzazione con percorsi riservati secondo la Legge Madia, comma 1 e comma 2; I nostri precari atipici per la maggior parte hanno sostenuto esami e selezioni per entrare nelle graduatorie e essere assunti a tempo indeterminato secondo i dettati contrattuali”. 

“In definitiva se si vuole davvero far uscire il Lazio dall’impasse della privatizzazione sanitaria è necessario che nella città di Roma si avvii un piano di finanziamento doppio rispetto al preesistente: la Capitale infatti raccoglie quotidianamente almeno 3 milioni di turisti. Costoro usufruiscono dei nostri presidi sul territorio. Vale a dire che erogando sanità a 3 milioni in più di cittadini Roma e, a cascata, tutto il territorio del Lazio si trova spiazzata e in passivo endemico sulla quota pro capite. Avviare un percorso di regolarizzazione del gettito – conclude il segretario provinciale Bufacchi – significa puntare a riconoscere un’autonomia differenziata anche nella Capitale e in questo modo conteggiare anche tutti i cittadini non residenti. Infine è inderogabile invertire la rotta dei tagli, del precariato fuori controllo e dell’intermediazione di manodopera immettendo risorse fresche, diversamente il Sistema sanitario regionale sarà inevitabilmente condannato a morte”.