Un viaggio tra atmosfere, speranze ed emozioni. Con GOOD LUCK, il suo terzo album per Digital Noises, Giorgio Stammati racconta cambiamenti, nostalgia e ricerca di fortuna attraverso sette canzoni che intrecciano musica ed esperienze di vita. Il progetto prende forma con una waterfall release, anticipata dai singoli Primo tempo e Domande scomode, e si sviluppa in una docu-serie musicale in sette episodi, trasformando il percorso artistico in un viaggio tra emozioni, sfide e nuove possibilità.
Il progetto si sviluppa anche come una docu-serie musicale in sette episodi, uno per ogni canzone. racconto che mette insieme musica, viaggio e vita reale, trasformando il percorso di un musicista in una vera e propria missione.
Dopo sei anni ad Aberdeen, tornare in Italia può essere vissuto quasi come una nuova partenza. Quando hai capito che questo rientro sarebbe diventato il cuore narrativo di “GOOD LUCK”?
Tornare dopo sei anni in Scozia non è stato né semplice né particolarmente indolore. Allo stesso tempo, però, sentivo che per il progetto musicale fosse arrivato il momento di cambiare qualcosa. Avevo bisogno di essere più presente, di poter lavorare con continuità e di dedicare più tempo ed energie alla scrittura e alla produzione del nuovo disco. Tornare in Italia mi ha dato concretamente questa possibilità. Good Luck quindi non poteva che nascere dalle turbolenze di questo cambiamento. In Italia ho potuto lavorare più da vicino con Gianluca Manfredonia e Alessandro Saltarelli, due musicisti e amici con cui ho costruito Good Luck.
Nel disco parli di sradicamento e cambiamento. Che cosa significa per te oggi sentirsi “a casa”? È ancora un luogo fisico o è diventata una condizione più difficile da definire?
Sentirsi a casa è difficilissimo, così come è difficile capire da dove derivi questa sensazione. E’ sicuramente un mix di posti e persone. Può essere facile sentirsi molto soli in città molto belle e per qualche strana ragione sentirsi invece a casa in case arredate male in quartieri bruttini di una piccola città.
Aberdeen è stata per te una casa, un luogo di passaggio o qualcosa che ancora oggi senti di portarti dentro?
Ho vissuto ad Aberdeen per sei anni e, ancora oggi, su Google Maps ho il mio vecchio appartamento salvato come indirizzo di casa. Non l’ho ancora cambiato. Li ho avuto la fortuna di sentirmi a casa, in una routine di luoghi e persone che sono state la mia famiglia per sei anni. In Scozia c’è tutto quello che un cantautore può desiderare: solitudine, lontananza, nebbia, case in pietra e legno, paesaggi desolati e ottima birra. E’ inevitabile quindi che Aberdeen, se pur non in modo diretto, mi abbia lasciato tanto in termini di ispirazione, per contesto, stati d’animo e atmosfere.
Quanto è cambiato il tuo modo di scrivere e di guardare alla musica durante questi sei anni in Scozia?
Non penso sia cambiato il mio modo di scrivere, piuttosto sono cambiate le atmosfere in cui mi sono trovato a scrivere.
C’è qualcosa dell’Italia che, vivendo all’estero, hai imparato ad apprezzare davvero soltanto dopo averla persa?
Mi è mancata molto la leggerezza della mia città natale, la facilità di incontrare un amico per caso camminando per strada.

