“La Rete che protegge”: a Roma un convegno per fare rete sul contrasto alla violenza sulle donne
Venerdì 3 luglio nella Sala del Trono del Palazzo Passarini Faletti in via Panisperna a Roma si è svolto il convegno “La Rete che protegge” sul contrasto alla violenza sulle donne.
L’evento è stato organizzato da Valentina Iannaco, autrice del libro “Avevo gli occhi belli. Storia di Anna Borsa, vittima di femminicidio” (Armando Editore), e moderato da Angela Maria Greco, curatrice di eventi culturali.
“La Rete che protegge” si è rivelato fin da subito un momento di riflessione e confronto su un tema di grande rilevanza sociale, allietato da momenti di musica da parte del poeta e cantautore Nuccio Castellino con le cover de “La canzone di Marinella” di Fabrizio de André e “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia e momenti di teatro da parte del NattAutore Alessandro Ristori, che insieme alla Greco, ha recitato il monologo “Mi chiamo Valentina e credo nell’amore ” scritto da Paola Cortellesi.


Diversi gli interventi da parte di personalità dalla spiccata professionalità.
Dott.ssa Anna Silvia Angelini
Presidente AIDE (Associazione Indipendente Donne Europee) di Nettuno, scrittrice, responsabile Osservatorio Violenza e suicidio, specialista in Violenza di genere e Procedure di Intervento nei casi di Violenza Domestica, collabora con case rifugio e dirige il centro d’ascolto “Uscita di Sicurezza” a Nettuno che dirige personalmente con un team di professionisti, avvocati, psicologi, criminologi.
Ha parlato delle dinamiche che scattano nel Codice Rosa in ospedale e nel centralino del Centro d’Ascolto e come si coordinano queste due anime per evitare che la donna si senta persa o abbandonata.
Serve una prevenzione sistematica che coinvolga famiglia, scuola e istituzioni, diffondendo il concetto che per uscire dalla spirale della violenza una donna deve imparare prima di tutto ad amare sé stessa.

On. Stefania Ascari
Membro della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere e sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, nonché relatrice e prima firmataria della Legge “Codice Rosso” a tutela delle donne e dei soggetti vulnerabili che subiscono violenze, atti persecutori e maltrattamenti e della legge di riforma del sistema affidi.
Alla domanda “Perché si fa così tanta fatica a capire che la prevenzione non si fa aumentando le pene dopo che il reato è stato commesso, ma investendo risorse strutturali e obbligatorie sull’educazione prima che la violenza nasca?” il suo intervento si è focalizzato sulla necessità dell’educazione affettiva e sessuale nelle scuole di ogni ordine e grado per chiarire fin da subito cosa sia il consenso, come gestire la rabbia, la gelosia e la frustrazione.
Da parte del legislatore questo va attuato attraverso l’ascolto e lo studio soprattutto dei giovani, delle vittime di violenza e dei familiari in uno spazio neutro.

Avv. Giuseppe Bucca
Presidente dell’Associazione Italiana Vittime di Reato, nata dall’intuizione della Fondatrice Avv. Arianna Agnese, di potenziare all’interno del sistema penale italiano la tutela richiesta dalla Normativa Europea. Attraverso la creazione di un Centro di Informazione, l’Associazione costituisce un concreto e professionale riferimento per tutte le vittime di reato garantendo alle stesse una prima informazione gratuita necessaria e utile per orientarsi all’interno della vicenda penale che le riguarda.
Molto emozionante il suo intervento sulla vittimizzazione secondaria, in risposta al quesito “In che modo il calvario pratico che spetta a chi denuncia si trasforma nel più grande nemico della prevenzione, terrorizzando e frenando tutte le altre donne che avrebbero voluto chiedere aiuto?”
Sappiamo bene che, nel contrasto alla violenza di genere, non basta che una donna trovi il coraggio di denunciare. È fondamentale che, subito dopo quel passo, lo Stato non la abbandoni a un secondo trauma. Le norme, insomma, ci sono. Il vero problema è la distanza che separa la legge dalla realtà.
Nella quotidianità delle aule di giustizia, troppo spesso, la donna che denuncia non inizia un percorso di tutela: inizia una vera e propria prova di resistenza. Si ritrova a ripetere il proprio racconto all’infinito. Attende mesi, a volte anni.
Subisce domande che non servono ad accertare i fatti, ma che finiscono per mettere sotto esame la sua persona, le sue scelte, la sua vita privata. Così, mentre l’imputato è legittimamente sottoposto al vaglio del processo, la vittima si ritrova a subire un secondo processo, invisibile ma devastante: quello sulla propria credibilità, sul proprio comportamento, persino sul proprio dolore.
La lentezza dei processi e la vittimizzazione secondaria non colpiscono soltanto la donna che ha già trovato il coraggio di parlare. Producono un effetto ancora più subdolo e devastante: terrorizzano tutte le altre.
[…] La vera prevenzione comincia molto prima di una sentenza. Comincia nell’esatto istante in cui una donna decide se fidarsi o meno delle istituzioni. Se la risposta dello Stato appare lenta, frammentata o discontinua, quella donna sceglierà il silenzio. E quel silenzio è il terreno fertile in cui la violenza cresce e si normalizza.

Dott.ssa Simona Buonocore
Psicologa forense, Psicoterapeuta del Centro Nazionale Vittime Relazionali, un’associazione nata dall’esperienza di professionisti dell’area psicologica e legale che operano nell’ambito del sostegno delle persone vittime di manipolazione, violenza psicologica e relazionale.
Esperta in Psicologia Giuridica e Psicopatologia Forense, in criminalistica applicata e criminal profiling e Consigliere regionale dell’associazione Penelope ODV.
La Buonocore è stata chiamata a parlare di prevenzione, a seguito della domanda “Perché i messaggi di prevenzione generali spesso non arrivano a chi è dentro la gabbia? Come si fa a fare una prevenzione che parli il linguaggio reale delle vittime e non quello dei manuali?”.
La risposta è stata che troppo spesso oggi si costruisce la prevenzione utilizzando un linguaggio pensato da chi osserva la violenza dall’esterno.
Infatti si invita continuamente le donne a riconoscere le cosiddette red flags, i “campanelli d’allarme”, quasi che la sicurezza dipendesse esclusivamente dalla loro capacità di individuarli. Questo messaggio, però, rischia di produrre un effetto opposto, perché una donna che sta vivendo una relazione manipolatoria non vede quei segnali nello stesso modo in cui li vede chi è fuori dalla relazione, proprio perché vittima di un manipolatore.
Ed è questo il motivo per cui la prevenzione deve cambiare linguaggio.
Per raggiungere davvero le vittime dobbiamo parlare delle loro emozioni, della confusione, del senso di colpa, della paura, della perdita progressiva di sé.

Prof.ssa Adele Grassito
Presidente per 10 anni della Commissione Provinciale delle Politiche di Genere e responsabile come rappresentante D.I.R E. (Donne in Rete Contro la Violenza) prima per l’associazione Spazio Donna di Caserta e poi per il suo centro culturale Hecate di Casagiove (CE), ha risposto alla domanda “Perché la teoria del lavoro di squadra tra istituzioni e associazioni si scontra così duramente con la realtà dei fatti? Cosa manca per renderla operativa ed efficace?”, sottolineando la necessità da parte delle associazioni, gli enti e i vari attori chiamati a fare rete, di abbandonare il proprio io identitario per mettersi in gioco insieme agli altri.
È fondamentale infatti portare avanti obiettivi e finalità attraverso una dialettica costruttiva.

Dott.ssa Linda Moberg
Attivista, autrice, mamma e sopravvissuta a un rapporto di violenza fisica e psicologica. Nel libro “Le due vite di Linda” (Armando Editore) la sua storia diventa il racconto di una rinascita: dalla violenza subita al coraggio di riprendere in mano la propria esistenza.
Alla domanda “Spesso si sente dire, quasi con rimprovero: ‘Ma perché non ha denunciato?’. Chi lo dice non sa cosa significhi concretamente farlo. Nella pratica, cosa succede un minuto dopo aver firmato una denuncia? Qual è il vuoto protettivo e di supporto che lo Stato lascia intorno a una donna e che purtroppo, a volte, si rivela fatale?”, Linda ha subito asserito che la donna non denuncia perché si sente annullata, dimenticando non solo di essere forte, ma addirittura intelligente.
Raccontando il suo lungo calvario giudiziario, ha ricordato di essersi sentita sola proprio perché non aveva una rete virtuosa che la potesse proteggere ma, salvata dal figlio, ha deciso di tornare ad amare, di tornare a vivere proprio per onorare le troppe vittime di femminicidio e fare in modo che, ascoltando la sua storia, le donne che subiscono violenza trovino la forza per liberarsi dal proprio oppressore.

Le parole ascoltate durante il convegno hanno ricordato a tutti i presenti l’importanza di costruire una rete capace di ascoltare, sostenere e proteggere chi vive situazioni di fragilità e violenza.
Perché la vera Rete che Protegge nasce dall’ascolto, dalla consapevolezza e dalla responsabilità di diverse competenze che dialogano tra loro affinché si possa essere in grado non solo di intervenire, ma soprattutto di prevenire.

