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Il “patto con il sangue” e la pizza fredda: vi racconto chi era Ultimo prima del successo

Due giorni dopo il grande live di Roma, parla Giuseppe Todaro, il ristoratore di Via Nomentana che offrì un contratto a un giovanissimo Niccolò Moriconi: «Rifiutò per inseguire la musica. Oggi sui social troppe cattiverie su un ragazzo che si è fatto da solo»

di Massimiliano Piccinno

Pochi giorni dopo la storica adunata di Tor Vergata, c’è una bella storia da raccontare, un episodio di vita rimasto custodito per anni tra le mura di un ristorante pizzeria di Via Nomentana, a due passi da San Basilio. Una storia che merita di essere raccontata oggi, mentre i social network si riempiono troppo spesso di critiche gratuite e giudizi taglienti nei confronti di un artista che, piaccia o no, in pochi conoscono davvero nella sua essenza più profonda.

A rompere il silenzio è Giuseppe Todaro, titolare di quel locale, che ha deciso di affidare a Patrizio Pucello, in arte Paciullo, la sua toccante testimonianza. In un’intervento live (visibile a questo link)Radio Roma, Giuseppe ha comunicato che sarebbe stato tra il pubblico del concerto “La Favola per Sempre”, nel Pit 4 insieme alla figlia Sofia, grazie al regalo generoso di una coppia di amici.  La sua storia ha attirato la curiosità di Paciullo che ha raccolto per il pubblico il toccante ricordo del suo incontro con un ragazzo fragile, timido, ma animato da un fuoco interiore incrollabile: quel Niccolò Moriconi, oggi noto a tutti come Ultimo, protagonista del mega concerto di Tor Vergata.

Giuseppe Todaro e la moglie Maria nel loro ristorante di via Nomentana.

Quell’estate del 2015 e un cameriere “diverso” dagli altri

La storia ci riporta indietro di una decina d’anni, intorno al 2015. Come ogni estate, sono tanti i sedicenni e diciassettenni del quartiere che si affacciano nei locali della zona in cerca di un lavoretto stagionale per pagarsi le vacanze. Niccolò arriva lì spinto dalle pressioni della famiglia, in particolare del padre Sandro. Come racconterà lo stesso artista anni dopo nel brano Buongiorno Vita, l’input paterno era stato chiaro: «Svegliati e cercati un lavoro».

«Quell’anno avevamo quattro o cinque ragazzi in prova», racconta Giuseppe. «Il mio compito era osservarli. Dopo appena tre giorni, mi accorsi che Niccolò aveva una marcia in più: era più concentrato, sveglio, determinato. Feci una cosa che non avevo mai fatto prima: lo chiamai in disparte e gli dissi che per me andava bene, che poteva portarmi i documenti per il contratto».

È a questo punto che il giovane Moriconi compie il primo, straordinario atto di maturità e determinazione della sua vita, spiazzando il ristoratore con una risposta inusuale per un adolescente: «Signor Giuseppe, posso pensarci un attimo?».

Il “patto col sangue” e il rifiuto gentile

Il fine settimana successivo, Niccolò si presenta regolarmente al turno. Lavora sodo, ma Giuseppe percepisce una strana distanza. A fine servizio, decide di affrontarlo: «Cosa hai deciso?».

La risposta di Niccolò è un manifesto di educazione, gratitudine e, soprattutto, assoluta fedeltà alla propria vocazione: «Signor Giuseppe, vi ringrazio tantissimo, siete una famiglia bellissima. Ma non posso accettare. Ho fatto un patto con il mio sangue: voglio fare il cantante, scrivo canzoni e suono il pianoforte. Non posso rinunciare al mio sogno».

Di fronte a quegli occhi pieni di passione, Giuseppe non può fare altro che incoraggiarlo: «E allora che aspetti? Stai sereno e vai». Quella nella pizzeria di Via Nomentana rimarrà, probabilmente, la prima e unica esperienza lavorativa “tradizionale” di Niccolò.

Sanremo Giovani e le pizze che si raffreddarono in mano

Passa il tempo. Arriva il dicembre del 2017. È un sabato sera frenetico nel ristorante di Via Nomentana quando i ragazzi dello staff corrono da Giuseppe urlando: «Corri, c’è Niccolò in televisione!». Sul palco di Sanremo Giovani si sta esibendo un ragazzo con il nome d’arte di “Ultimo”.

«Rimanemmo tutti senza parole», ricorda Giuseppe con emozione. «Fu una gioia immensa. Ricordo che i ragazzi in servizio si bloccarono davanti allo schermo, con le pizze che si raffreddavano in mano. Eravamo tutti felici per lui».

Poco dopo arrivò la conferma definitiva dal padre di Niccolò, Sandro, che era un cliente abituale del locale. In un messaggio commosso inviato a Giuseppe, il papà scrisse: «Sì, ti confermo che è mio figlio. Quel delinquente che non voleva studiare, oggi lavora tantissimo per la sua musica… e ha vinto lui».

Un piccolo cimelio e una lezione di vita per i giovani

Che Ultimo sia rimasto il ragazzo generoso di allora lo testimonia anche un aneddoto legato a Giulio, il figlio di Giuseppe. Anni fa, Niccolò si diede da fare tramite un amico per procurargli una mazza da baseball necessaria per una recita scolastica. Quando la famiglia Todaro provò a restituirla, lui insistette affinché la tenessero. Oggi quel piccolo oggetto è custodito come un cimelio, simbolo di una gentilezza spontanea.

Giuseppe Todaro oggi non vuole fare pubblicità al suo locale – tanto da preferire che non ne venga menzionato il nome – ma ci tiene a lanciare un messaggio, specialmente a chi critica aspramente l’artista: «Il suo percorso dovrebbe essere un caso di studio universitario: capire come un ragazzo partito dal nulla, a forza di porte in faccia e ostacoli, sia riuscito a fare record di vendite e a radunare oceani di persone in pochi minuti. Niccolò piace perché è uno degli ultimi che ce l’ha fatta credendo nel proprio sogno. Le esperienze lavorative servono come bagaglio di vita, ma la scelta finale deve essere guidata da ciò che si ha nel cuore».

Giuseppe, sotto sotto, spera però in un piccolo miracolo: «Mi piacerebbe davvero rivederlo, magari a sorpresa, e ricordargli che noi non lo abbiamo mai dimenticato. Grazie di esistere, Niccolò».

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