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Battaglia La Terra Borgese: “L’Intelligenza Artificiale genera immagini, non genera Arte”

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L'Artemanzia

Intervista in 10 domande a Paolo Battaglia La Terra Borgese: la Scienza dell’Arte, la Teoria dei 70.000 anni, la Terza Società, gli Artisti Emergenti, Focus su Correnti Artistiche, Grandi Maestri, Veggenza dell’Arte

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Il noto critico d’arte analizza il crollo dell’imitazione visiva, smonta l’illusione dei verdetti digitali e traccia la mappa sociologica per gli artisti emergenti. Dalla preistoria all’algoritmo Paolo Battaglia La Terra Borgese con la “Teoria dei 70.000 anni” smaschera le trappole dell’Intelligenza Artificiale: “Quello che oggi si consuma sui palcoscenici digitali dei social network non è giudizio, ma mero rumore di fondo. L’Intelligenza Artificiale? genera immagini, non genera Arte, poiché è priva di intenzionalità sociologica”

1. Sulla “Scienza dell’Arte” e la Teoria dei 70.000 anni

“Critico, la sua celebre ‘Teoria dei 70.000 anni’ scardina l’idea accademica della critica come disciplina moderna, descrivendola invece come un’attitudine umana primordiale legata al concetto di téchne e mossa dal principio che ‘se non è scienza, non può essere Arte’. In un’epoca dominata dall’immediatezza visiva e dal giudizio puramente soggettivo dei social, in che modo la critica intesa come ‘Scienza dell’Arte’ può aiutare il pubblico contemporaneo a decodificare le opere d’arte odierne?”

«Vede, il cortocircuito odierno risiede nell’equivocare il fragore del commento estemporaneo con l’esercizio dell’indagine critica. Quello che oggi si consuma sui palcoscenici digitali dei social network non è giudizio, ma mero rumore di fondo; un’arbitrarietà del gusto e una seduzione del mercato che riducono l’opera d’arte a un feticcio merceologico o a un pretesto emotivo. La vera critica artistica non ha nulla a che spartire con questa approssimazione, né tantomeno si esaurisce nelle trappole speculative e nozionistiche di certa accademia moderna.
Quando formulo la mia Teoria dei 70.000 anni, intendo ricondurre la critica alla sua autentica natura: un’attitudine biologica e conoscitiva primordiale della specie umana, nata nel momento stesso in cui l’uomo antico ha avvertito l’istinto impellente di comprendere, decifrare e ordinare il mondo circostante, piegando i fenomeni naturali attraverso l’arte del fare. Questa attitudine affonda le radici nella téchne greca e nell’ars latina – l’atto poietico del saper produrre – configurandosi non come opinione, ma come rigorosa Scienza dell’Arte. Già Aristotele, d’altronde, nel IV secolo a.C. identificava nelle scienze poietiche quelle strutture razionali destinate alla creazione artistica.
Ed è proprio qui che si compie il mio dogma fondamentale: se non è scienza, non può essere Arte. La scienza spiega il mondo dei fatti, la critica ne esamina i valori e le forme spirituali mediante un metodo razionale.
Pertanto, in un’epoca di bulimia visiva e disorientamento estetico, la critica intesa come Scienza dell’Arte deve riappropriarsi della sua imprescindibile funzione sociale ed educativa. Essa deve agire come una bussola scientifica per il pubblico contemporaneo: non limitandosi alla sterile cronaca dell’esistente, ma fornendo quei parametri oggettivi e universali necessari a smascherare l’inganno dell’immediatezza visiva. Solo così il fruitore può sottrarsi alla dittatura del “mi piace” e tornare a penetrare, con consapevolezza intellettuale e morale, la reale ed essenziale profondità sociologica dell’opera d’arte.»

2. Sul crollo dell’imitazione e il “Nuovo Ordine Ideale”

“Nei suoi recenti seminari sul ‘Nuovo Ordine Ideale del XX secolo’, lei mappa una reazione a catena storico-tecnologica – innescata principalmente dall’avvento della fotografia – che ha portato al definitivo crollo dell’imitazione della natura nella pittura classica. Oggi che l’Intelligenza Artificiale Generativa sta mettendo nuovamente in crisi il concetto di ‘produzione e imitazione visiva’, crede che l’arte stia andando incontro a un ulteriore e drastico cambio d’ordine ideologico?”

«Il crollo dell’imitazione della natura nel XX secolo non è stato un capriccio estetico, ma una reazione a catena determinata dall’evoluzione tecnologica. Quando la fotografia ha sottratto alla pittura l’onere della riproduzione fedele della realtà, l’arte ha dovuto ridefinire il proprio statuto epistemologico, approdando a quello che ho definito il Nuovo Ordine Ideale del XX secolo. L’arte si è liberata dalla mimesi per farsi puro concetto, astrazione, indagine speculativa sulla forma e sullo spazio. Oggi, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale Generativa ci pone dinanzi a una svolta epocale, che tuttavia differisce radicalmente dal passato. L’algoritmo non si limita a “riprodurre” la realtà come faceva l’obiettivo fotografico: esso simula l’atto poietico, impastando miliardi di dati visivi per generare simulacri estetici apparentemente perfetti. Ci troviamo di fronte non a un’evoluzione dell’imitazione, ma a una sua completa evaporazione. L’arte sta indubbiamente andando incontro a un drastico cambio d’ordine ideologico. Tuttavia, l’errore sistemico della contemporaneità è confondere la produzione visiva con l’atto artistico. L’Intelligenza Artificiale genera immagini, non genera Arte, poiché è priva di quell’intenzionalità sociologica e di quella coscienza scientifico-umanistica che solo l’essere umano possiede. Questo nuovo ordine, lungi dall’annientare l’artista, ne esalterà la funzione: l’opera non sarà più valutata per la sua esecuzione formale – che la macchina può replicare all’infinito – ma per lo spessore dell’idea, per la profondità della visione e per la capacità dell’uomo di governare criticamente lo strumento tecnologico; ma, al momento, siamo molto lontani da tale realtà.»

3. Sul ruolo dell’artista e la sociologia

“Lei sostiene fermamente che la critica d’arte, a differenza della semplice cronaca o della storia, debba saper ispezionare il futuro e che l’arte stessa sia la disciplina essenziale per comprendere le scienze sociali. Dal suo osservatorio, qual è oggi la funzione meso e macro-sociologica dell’artista emergente in una società che sembra aver smarrito i canoni estetici tradizionali?”

«È mia ferma convinzione che la storia descriva il passato, la cronaca registri il presente, ma solo la critica d’arte sia antropologicamente attrezzata per ispezionare il futuro. Di riflesso, l’arte non è un ornamento dell’intelletto, bensì la disciplina cardine per comprendere e anticipare le mutazioni delle scienze sociali. L’artista è, per sua natura, un sismografo sociale. In una società iper-connessa ma atomizzata, che sembra aver smarrito i canoni estetici tradizionali per rifugiarsi nel relativismo più assoluto, la funzione dell’artista emergente assume una rilevanza meso e macro-sociologica cruciale. Egli non deve assecondare il caos estetico dominante, né tantomeno ridursi a produttore di “decorazioni” per il mercato o per le gallerie alla moda. Il suo compito non è piacere, ma rivelare. A livello meso-sociologico, l’artista emergente deve agire come collante e attivatore di comunità, ricreando quegli spazi di senso e di riflessione che la frammentazione quotidiana cancella. A livello macro-sociologico, egli ha il dovere morale di ricomporre la frattura tra l’uomo e la bellezza oggettiva, intesa platonicamente come splendore del vero. In un mondo che ha smarrito la bussola dei canoni tradizionali, l’artista non deve restaurare il passato, ma deve fondare una nuova armonia, capace di ordinare il caos contemporaneo attraverso il rigore dell’intelletto e la verità del fare.»

4. Il superamento delle “trappole accademiche”

“Battaglia La Terra Borgese, Lei sostiene una tesi molto forte e affascinante: l’Arte come sinonimo di Società e come prima disciplina essenziale per le scienze sociali. Ci spiega di più questo legame?”

«È esattamente così. A differenza della storia dell’arte, che guarda al passato in quanto cronologia e memoria, la critica artistica ha il compito di ispezionare il futuro, le attese dell’uomo, leggendo il presente come un vero e proprio biglietto da visita per il domani. L’arte attraversa e plasma la sociologia a tutti i livelli: micro, meso e macro-sociologico. Non è un elemento decorativo della civiltà, ma la struttura stessa con cui la società si manifesta, si comprende e anticipa i propri mutamenti.»

5. La Terza Società

“Nella sua visione filosofica ricorre spesso il concetto di ‘Terza Società’, descritto come un edificio sorretto da pilastri precisi. Quali sono le fondamenta di questo modello?”

«La ‘Terza Società’ è un modello culturale ed economico in cui l’edificio sociale vive e resta imperituro grazie a una sinergia strutturale. Questo assetto si regge su quattro pilastri fondamentali: il Mecenatismo e le Sponsorizzazioni, le Fondazioni bancarie, il sistema del Baratto e l’Artigianato, e infine la Cooperazione e il No-Profit. Solo attraverso l’equilibrio e il dialogo tra queste forze la cultura e l’arte possono respirare liberamente, slegate dalle sole logiche del profitto selvaggio o dell’assistenzialismo statale.»

6. Arte Emergenziale

“C’è molta confusione oggi intorno alla figura dell’artista emergente. Spesso si confonde la novità con il valore. Come definisce lei i veri ‘artisti emergenti’?”

«L’artista emergente non è semplicemente colui che si affaccia adesso sul mercato o che sperimenta una tecnica bizzarra sui social network. L’emergenza artistica è un fatto di urgenza espressiva e di capacità di incidere nel tessuto sociale. Un vero artista emergente è colui che riesce a fare emergere, appunto, una nuova chiave di lettura della realtà, portando a galla tensioni, visioni e bisogni collettivi che la società stessa non ha ancora saputo verbalizzare. Il critico deve saper scorgere questa scintilla prima che venga normalizzata o spenta dal mercato.»

7. Impressionismo

“Dottor Battaglia La Terra Borgese, facciamo un salto indietro all’Impressionismo. Spesso viene percepito dal grande pubblico come una corrente puramente “romantica” e visiva. Qual è invece la sua lettura sociologica di quel movimento?”

«L’Impressionismo non è affatto un semplice esercizio di pittura all’aria aperta o di romanticismo visivo; è stato l’atto di nascita della modernità urbana. Gli impressionisti hanno dipinto la velocità, la luce della neonata illuminazione a gas, la borghesia che si riappropriava del tempo libero nei caffè e lungo la Senna. Dal punto di vista sociologico, è il trionfo dell’individualismo e dell’attimo fuggente tipici della società industriale. Gli impressionisti hanno tolto l’arte dalle cattedrali e dai palazzi nobiliari per portarla nella strada e nella vita quotidiana dell’uomo moderno.»

8. Grandi Maestri

“Passando alle avanguardie del Novecento, pensiamo a Marcel Duchamp e al suo celebre orinatoio (Fontana). Per molti è stato l’inizio del declino dell’arte, per altri il genio assoluto. Lei come si pone di fronte al Ready-made?”

«Duchamp non ha distrutto l’arte, ha ridefinito il ruolo dell’intellettuale. Con il Ready-made, l’operazione artistica si sposta dal “fare con le mani” al “pensare con la testa”. Il critico non deve spiegare la tecnica dell’orinatoio – che non esiste -, ma il cortocircuito concettuale che quell’oggetto genera nel momento in cui viene decontestualizzato e inserito in un museo. È la dimostrazione scientifica che l’arte è una convenzione sociale e culturale. Duchamp ha costretto la società a guardarsi allo specchio e a chiedersi: “Che cos’è che dà valore alle cose?”.»

9.Rigore geometrico: Piet Mondrian e Astrattismo

“E che dire del rigore geometrico di Piet Mondrian e dell’Astrattismo? Come si concilia quella apparente freddezza geometrica con quella sua idea – spesso dichiarata – da Critico – di “emozione lirica” che il pubblico dovrebbe percepire?”

«Mondrian non è freddo, è universale. Le sue griglie nere e i suoi colori primari non sono decorazione, ma la ricerca dell’ordine spirituale ed essenziale nascosto dietro il caos della natura. È una lirica purificata, geometrica, quasi mistica. Al pubblico non serve capire le formule teoriche del Neoplasticismo; basta guardare quelle tele per avvertire un senso di equilibrio perfetto. In una società frammentata e caotica, l’astrattismo di Mondrian risponde a un bisogno sociologico profondo: il desiderio ugonotto e umano di purezza, di stabilità e di assoluto.»

10. La Veggenza dell’Arte

“Rimaniamo sui singoli autori: se dovesse indicare un artista del passato che ha incarnato perfettamente la figura del ‘veggente’ capace di anticipare il futuro della società, chi sceglierebbe?”

«Senza dubbio Francisco Goya. Nelle sue opere, in particolare nei Capricci o nelle Pitture Nere, Goya ha squarciato il velo dell’Illuminismo per mostrare i mostri generati dal sonno della ragione. Ha anticipato l’angoscia esistenziale del Novecento, le nevrosi di massa, l’orrore della guerra moderna non più idealizzata come eroica, ma vista come macelleria sociale. Goya ha fatto esattamente ciò che chiedo alla grande critica: ha letto il suo presente per lasciarci un biglietto da visita drammaticamente lucido sul nostro domani.»

“Grazie di essere stato con noi, di avere risposto alle nostre domande“.