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IL PATTO TRUMP-PUTIN: SE WASHINGTON FINANZIA MOSCA E VOLTA LE SPALLE ALL’EUROPA

L’asse geopolitico globale si sta spostando sotto i nostri occhi, e i segnali che arrivano da Washington non lasciano spazio a dubbi o prudenze diplomatiche. Le recenti decisioni dell’amministrazione di Donald Trump — dal clamoroso accordo per l’importazione di diesel russo sul mercato globale fino alla decisione di congelare l’applicazione dei dazi punitivi contro i grandi acquirenti di greggio di Mosca — configurano una vera e propria inversione di rotta nei rapporti transatlantici. Un cambio di passo che rischia di trasformarsi nel più grande tradimento strategico ai danni dell’Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Mentre l’Unione Europea arranca nel tentativo di mantenere una linea di fermezza contro l’aggressione russa, la Casa Bianca ha scelto la via del pragmatismo economico interno e dell’intesa diretta con il Cremlino. Giustificato a parole come una mossa per calmierare i prezzi dei carburanti, nei fatti l’accordo sul diesel garantisce a Vladimir Putin una boccata d’ossigeno finanziaria e, ancor peggio, una legittimazione politica di cui l’autocrate russo aveva disperatamente bisogno.

Ma c’è un risvolto ancora più inquietante e tecnologico che consuma questo strappo: il caso Starlink. La rete internet satellitare di SpaceX, rivelatasi la vera infrastruttura vitale per le comunicazioni e la difesa sul campo, è diventata un’arma di pressione politica. Il drastico depotenziamento delle velocità di connessione imposto a Starshield (la versione militare del servizio) per i dispositivi che superano i 160 km/h non è un semplice disservizio tecnico, ma un siluro mirato a neutralizzare i droni e i sistemi di difesa. Dietro il rimpallo di responsabilità tra l’amministrazione americana e i vertici societari, emerge il sospetto di un asse politico-industriale pronto a spegnere i motori della resistenza europea pur di compiacere Mosca.

La decisione di Trump di concedere esenzioni totali rispetto alle sanzioni previste dal Congresso dimostra come l’America stia di fatto smantellando la rete di isolamento economico costruita intorno a Mosca. Offrire incentivi economici alla Russia, ipotizzando persino lo sblocco di asset finanziari congelati, significa iniettare miliardi di dollari freschi nelle casse di un Paese che continua a minacciare i confini orientali del nostro continente.

Il messaggio che giunge da Washington è brutale nella sua chiarezza: gli interessi domestici americani valgono più della sicurezza collettiva della NATO e della stabilità europea. L’Europa, rimasta fedele a una politica sanzionatoria rigida che ha pesato drammaticamente sui bilanci di famiglie e imprese del Vecchio Continent, si riscopre improvvisamente isolata, aggirata dal suo storico alleato e vulnerabile alle spalle.

Questo scenario non è solo un campanello d’allarme; è un ultimatum per Bruxelles e per le capitali europee, Roma inclusa. Se gli Stati Uniti finanziano indirettamente l’economia di guerra del Cremlino e trattano la stabilità del continente come una semplice fiche su un tavolo negoziale privato, l’Unione Europea deve smettere di comportarsi da spettatore passivo.

È tempo che l’Europa riscopra una reale autonomia strategica, militare, energetica e tecnologica. Dipendere dall’umore transatlantico di un inquilino della Casa Bianca o dalle decisioni private sui canali satellitari non è più una strategia sostenibile, ma una scommessa suicida. Se l’America decide di finanziare chi ci minaccia, l’Europa non può far altro che farsi scudo da sola.

Direttore Piero Fusaglia

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