I disordini e le violenze che hanno infiammato la piazza di Milano non sono semplicemente l’ennesimo episodio di cronaca nera da derubricare a ordinaria amministrazione. Quando i teppisti — come giustamente sottolineato dal Premier Giorgia Meloni — sfruttano i cortei unicamente per seminare il caos, siamo di fronte a un attacco frontale allo Stato. Eppure, la risposta della politica si arena nel solito scaricabarile istituzionale: da un lato il sindaco Giuseppe Sala che lamenta una scarsa presenza di forze dell’ordine, dall’altro il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che liquida le critiche come il “solito riflesso di sinistra radical chic” incapace di condannare i violenti.
Mentre i palazzi della politica si scontrano a colpi di slogan, sul selciato restano i cocci di una sicurezza urbana ridotta ai minimi termini e, soprattutto, una macroscopica ingiustizia di fondo: chi difende la legalità si ritrova sistematicamente con le mani legate da un sistema normativo paradossale e punitivo.
Un principio che deve valere per tutti, indistintamente. Perché una divisa è una divisa, sia essa indossata da un agente di Polizia, da un Carabiniere o da una guardia giurata e volontaria sul territorio. Donne e doomed formati, abilitati, che sottraggono tempo alla propria vita personale per garantire il presidio e il decoro delle nostre comunità, ma che lo Stato lascia esposti alle più assurde conseguenze penali.
Prendiamo un caso concreto e fin troppo verosimile, regolato dall’attuale e rigido codice penale italiano. Un operatore volontario di sicurezza, regolarmente abilitato e formato, viene aggredito in strada da un facinoroso. Per difendere la propria incolumità e ristabilire l’ordine, utilizza lo strumento di deterrenza legale di cui è dotato: lo spray o la pistola al peperoncino. Lo fa nel pieno rispetto dei protocolli appresi nei corsi di abilitazione. Ma lo scenario vira in tragedia: l’aggressore soffre di una patologia o di un’allergia grave a sua insaputa e muore a causa del principio attivo.
Cosa succede oggi in Italia? L’operatore viene immediatamente iscritto nel registro degli indagati per omicidio colposo o per eccesso colposo in legittima difesa.
È un cortocircuito inaccettabile. Chi decide di delinquere o aggredire accetta implicitamente il rischio delle conseguenze della reazione legittima di chi rappresenta la legge. Non è tollerabile che un servitore dello Stato o un volontario abilitato debba subire il calvario di un processo penale, la gogna media e la rovina della propria vita per la colpa di essersi difeso da un criminale.
Il dibattito sulla guerriglia urbana e sulla gestione delle piazze non può ridursi a una conta geopolitica del numero di agenti schierati o a scambi di insulti tra amministratori locali e ministeri. Serve un cambio di rotta radicale. Bisogna cambiare subito la legge, introducendo uno scudo legale per tutti gli operatori e i volontari della sicurezza che operano legittimamente in divisa. Chi aggredisce una divisa aggredisce lo Stato, e lo Stato non può processare se stesso quando si difende.
Direttore Piero Fusaglia

