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Italia e Cina alla prova dell’intelligenza artificiale

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Presentata al Senato la seconda parte del Rapporto Cina 2026. Crescono le esportazioni italiane e si aprono nuove prospettive di collaborazione tra la capacità produttiva cinese e le specializzazioni delle nostre imprese.

Le esportazioni italiane verso la Cina crescono del 19% nei primi sei mesi del 2026 e raggiungono gli 8,2 miliardi di euro. È uno dei dati che emergono dalla seconda parte del Rapporto Cina 2026 della Fondazione Italia Cina: un segnale favorevole per le nostre imprese, dentro una relazione economica ancora segnata da un ampio squilibrio commerciale. Accanto all’andamento degli scambi, lo studio esamina le possibilità di collaborazione industriale aperte dall’intelligenza artificiale.

Giunto alla XVII edizione, il Rapporto è stato presentato il 5 novembre a Roma, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, su iniziativa del vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio, intervenuto con un messaggio scritto. Al centro di questa seconda parte, dedicata a «Cina e Italia nell’era dell’innovazione e dell’intelligenza artificiale», ci sono le trasformazioni tecnologiche e le loro ricadute sui rapporti tra i due Paesi.

Nel primo semestre del 2026 la Cina ha registrato una crescita del 4,7%, in rallentamento rispetto agli anni precedenti e sostenuta soprattutto dai servizi e dalle esportazioni. La domanda interna rimane debole e la crisi immobiliare continua a pesare sulla fiducia delle famiglie.

Sul fronte del commercio internazionale, il Rapporto indica un interscambio cinese con il resto del mondo pari a 3.675 miliardi di dollari nei primi sei mesi dell’anno, in aumento del 16,9%. Resta rilevante il divario con l’Europa: il deficit commerciale dell’Unione europea nei confronti di Pechino si attesta intorno ai 201 miliardi di euro. L’Italia registra una lieve riduzione del proprio disavanzo, grazie alla crescita delle esportazioni più rapida di quella delle importazioni. Queste ultime raggiungono i 31,8 miliardi di euro, con un incremento del 2%. Tra le regioni, la Lombardia guida l’interscambio con la Cina, seguita da Toscana, Veneto, Campania ed Emilia-Romagna.

È nell’innovazione che l’analisi individua alcune delle prospettive più interessanti. Secondo i dati richiamati dal Rapporto, nel 2025 l’industria cinese dell’intelligenza artificiale è cresciuta del 40%, mentre a giugno 2026 risultavano attive oltre 6.600 imprese del settore. Lo studio colloca inoltre la Cina tra i primi dieci Paesi del Global Innovation Index 2026 e indica il polo Shenzhen-Hong Kong-Guangzhou come principale centro mondiale dell’innovazione per il secondo anno consecutivo.

Per le aziende italiane, questa evoluzione pone una questione concreta: come mettere a frutto le proprie competenze nel rapporto con un sistema industriale capace di portare rapidamente le nuove tecnologie su larga scala. La lettura proposta dalla Fondazione insiste sulle complementarità. La Cina dispone di dimensioni produttive e capacità manifatturiere che accelerano l’industrializzazione; l’Italia può contribuire con le proprie specializzazioni, il design e la conoscenza dei singoli comparti. L’intelligenza artificiale potrebbe favorire l’incontro tra queste competenze, con applicazioni nella manifattura avanzata e nello sviluppo di filiere ad alto valore aggiunto.

Questi temi hanno animato il confronto con Federico Pasini, direttore operativo della Fondazione Italia Cina, Vinicio Peluffo, presidente dell’Associazione Parlamentare «Amici della Cina», la sinologa Giada Messetti e Francesca Spigarelli, professoressa dell’Università di Macerata. Dopo la presentazione dei contenuti a cura del Centro Studi, sono intervenuti Sarah Orlando, responsabile dell’ufficio di Pechino di ORCOM C&A, Enrico Toti, Of Counsel del China Desk di ADVANT NCTM, e Karim Bruneo, direttore Corporate Communication, Public Affairs e Sustainability di Haier Europe, portando esperienze e prospettive maturate nell’attività professionale e aziendale.

Resta decisiva, per il presidente della Fondazione Italia Cina Mario Boselli, la qualità delle informazioni su cui basare le scelte. «Le imprese si trovano oggi a operare in un contesto di crescente incertezza geopolitica e tecnologica», ha sottolineato, richiamando l’esigenza di strumenti di analisi capaci di sostenere le decisioni strategiche delle aziende.