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L’Editoriale

Il carovita che stringe la cinghia agli italiani e la beffa delle pensioni medie dimenticate

L’impennata dei costi per i beni di prima necessità sta impoverendo il ceto medio. Serve una sterzata immediata sulla rivalutazione degli assegni per non condannare una generazione di ex lavoratori.

di Piero Fusaglia

C’è un termometro infallibile per misurare lo stato di salute economica del nostro Paese, ed è lo scontrino della spesa nei supermercati. Una contabilità quotidiana che, per milioni di cittadini e famiglie, si è trasformata in un bollettino di guerra. Fare la spesa è diventato un lusso: i costi dei beni alimentari di prima necessità, della luce e del gas continuano a drenare risorse dai bilanci familiari, costringendo moltissimi italiani a dolorose rinunce. Se i prezzi dei prodotti sullo scaffale corrono veloci, lo stesso non si può dire per i redditi, congelati in un’immobilità che spinge ogni giorno fasce crescenti della popolazione verso la soglia della vulnerabilità sociale.

In questo scenario di diffusa sofferenza economica, l’anello più debole e al contempo più esposto è rappresentato dai pensionati. Uomini e donne che hanno lavorato una vita intera, versando regolarmente i contributi, e che oggi si trovano a fare i conti con un potere d’acquisto drammaticamente eroso dall’inflazione. Di fronte a questa emergenza, la risposta della macchina previdenziale dello Stato è stata parziale e, per certi versi, profondamente iniqua.

Il nodo cruciale risiede nella gestione della rivalutazione degli assegni previdenziali. Se per le pensioni minime si è cercato giustamente di dare un segnale di sostegno — pur trattandosi spesso di cifre ancora insufficienti a garantire una piena dignità —, la scure dei tagli alla perequazione si è abbattuta con ferocia ingiustificata sulle pensioni medie. Parliamo di quegli assegni che superano di tre, quattro o cinque volte il trattamento minimo: non stiamo parlando di “super-pensioni” o di privilegiati, ma del cuore pulsante del vecchio ceto medio. Ex impiegati, operai specializzati, artigiani e quadri che percepiscono cifre nette tra i 1.500 e i 2.500 euro mensili.

Questa fascia è stata l’assoluta Cenerentola dei recenti meccanismi di indicizzazione. Per esigenze di cassa e bilancio pubblico, i governi hanno progressivamente ridotto le percentuali di adeguamento al costo della vita proprio per le pensioni medie, offrendo una copertura che non ristora minimamente le perdite reali causate dai rincari energetici e alimentari. È una beffa intollerabile: chi ha versato di più e ha sostenuto il sistema per quarant’anni si ritrova oggi ad essere il meno tutelato, subendo una svalutazione strisciante del proprio trattamento previdenziale.

Non possiamo permetterci di considerare il ceto medio come un bancomat inesauribile o come una spugna capace di assorbire qualsiasi colpo. Custodire il potere d’acquisto delle pensioni medie significa difendere la tenuta stessa del patto intergenerazionale e sociale del Paese.

Occorre una sterzata immediata nell’agenda economica nazionale: la piena rivalutazione degli assegni previdenziali non è un regalo o una misura assistenziale, ma un atto di giustizia dovuto a chi ha costruito l’Italia di oggi. Continuare a ignorare il grido d’aiuto che si alza dalle casse dei supermercati e dalle case dei nostri pensionati significa scivolare verso un declino sociale ed economico da cui sarà drammaticamente difficile risalire.

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