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Fregene. Baccini, il potere torna tra le persone

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Mario Baccini presenta Dentro il potere a Fregene
Mario Baccini durante la presentazione di «Dentro il potere» a La Nave di Fregene, con Daniele Capezzone e Fabrizio Monaco.

Potere, rappresentanza, Nassiriya, famiglia e futuro di Fiumicino: a La Nave Mario Baccini presenta il suo libro e racconta cosa significa governare mentre lo sta ancora facendo.

La terrazza de La Nave era gremita ieri sera a Fregene. Sedie occupate, persone in piedi, altre rimaste ai margini dello spazio della presentazione. Prima ancora che cominciasse il confronto, davanti a Mario Baccini si era formata una fila. In molti avevano già acquistato Dentro il potere. Governare non è mai stato così difficile e così necessario, pubblicato da Gangemi Editore International, e aspettavano che l’autore firmasse la propria copia.

Mario Baccini firma le copie di Dentro il potere prima della presentazione a La Nave di Fregene.

La prima presentazione del libro del sindaco di Fiumicino è partita da questa immagine, molto più concreta delle parole che sarebbero arrivate dopo. Al tavolo, insieme a Baccini, c’erano Daniele Capezzone e Fabrizio Monaco. Poi la discussione si è allargata: rappresentanza, istituzioni, partiti, comunicazione, famiglia, classe dirigente, Fiumicino. E soprattutto il potere, osservato da un uomo che non ne parla dalla distanza delle memorie, perché continua a esercitarne una parte.

È anche il motivo per cui avevamo raccontato l’appuntamento alla vigilia. Presentare un libro sul potere quando la propria stagione politica è terminata significa fare i conti con il passato. Farlo mentre si è sindaco significa esporsi a un confronto ulteriore: ciò che si scrive può essere misurato con ciò che si fa. A Fiumicino quella verifica è quotidiana.

Anche la scelta de La Nave ha una storia personale. Baccini ha raccontato di aver lavorato proprio qui da ragazzo durante l’estate, mentre studiava. «Facevo il comì», ha ricordato. Erano i ragazzi che sparecchiavano, stavano sotto i camerieri e imparavano il mestiere. «Qui ho imparato a spinare il pesce e tante altre cose». Prima delle istituzioni, dunque, c’erano i tavoli di questo stabilimento. Da qui Baccini ha voluto iniziare un tour che, nelle intenzioni illustrate durante la serata, proseguirà nel Lazio e poi a livello nazionale. Ha lasciato aperta anche la possibilità di qualche appuntamento internazionale, magari in una sede diplomatica.

Proprio la diplomazia ha riportato il racconto a uno dei momenti più delicati della sua esperienza istituzionale. Baccini era sottosegretario agli Affari esteri e il contesto era quello drammatico di Nassiriya. Il 12 novembre 2003 un camion bomba colpì la base Maestrale in Iraq. Morirono 28 persone, 19 delle quali italiane: dodici Carabinieri, cinque militari dell’Esercito e due civili.

Diciannove italiani che non tornarono a casa. Dietro il numero restano uomini, famiglie, colleghi, divise e una ferita che appartiene alla memoria del Paese. Erano lì al servizio dell’Italia. Ricordarli come eroi, a distanza di oltre vent’anni, non ha bisogno di enfasi: basta ricordare cosa accadde e il prezzo pagato da loro e dalle persone che li aspettavano.

Mario Baccini interviene durante la presentazione di Dentro il potere sulla terrazza de La Nave a Fregene.

Baccini ha collocato in quelle ore il ricordo di un viaggio verso Washington con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. La sua è la testimonianza di chi racconta oggi un episodio vissuto dall’interno delle istituzioni. Durante il volo, ha spiegato, Ciampi gli consegnò una dichiarazione che avrebbe voluto pronunciare una volta arrivato negli Stati Uniti. Baccini la lesse e rimase fortemente perplesso per il riferimento al ritiro delle truppe italiane dagli scenari di guerra. Dire al capo dello Stato che quel testo poneva un problema istituzionale non doveva essere semplice. Baccini ricorda di avergli detto:

«Presidente, mi deve perdonare, ma io non posso consentirle di fare questa dichiarazione se prima non sentiamo il presidente del Consiglio».

L’interesse di quel racconto non sta soltanto nel retroscena. Sta nella conclusione che Baccini ne trae oggi.

«Se vogliamo essere davvero un Paese con una democrazia parlamentare, le regole devono essere rispettate e i ruoli devono essere rispettati». Per lui Ciampi, in quel momento, riconobbe il confine della propria funzione.

È un punto importante perché introduce una parola che spesso scompare quando si parla di potere: limite. Avere potere non significa poter fare tutto. Nelle democrazie significa esattamente il contrario: poter esercitare determinate funzioni entro regole, responsabilità e contrappesi. È forse uno dei passaggi più interessanti della serata, anche perché arriva da un politico che di quelle regole è stato contemporaneamente osservatore e protagonista.

Baccini ha attraversato Prima e Seconda Repubblica e proprio qui la sua analisi diventa inevitabilmente anche autobiografica. Ha ricordato i vecchi partiti, senza cancellarne i difetti, come luoghi nei quali esistevano partecipazione, sezioni, congressi e confronto. Il dissenso aveva uno spazio e tra cittadino e istituzione esisteva una struttura politica riconoscibile.

Oggi, secondo Baccini, quella cerniera si è indebolita fino quasi a scomparire. Parlando di chi non va più alle urne ha usato una metafora: «Nel grande supermercato della politica non trova il prodotto che cerca».

È una diagnosi che apre però una questione anche per chi la formula. Baccini non osserva dall’esterno la trasformazione che descrive. Appartiene a una generazione politica che ha vissuto il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, il leaderismo, la crisi dei partiti e il progressivo allontanamento di una parte dell’elettorato. La sua testimonianza ha valore proprio per questo, ma la domanda sulle responsabilità di quella stagione rimane. La crisi della rappresentanza non è arrivata da sola e non può essere raccontata soltanto come qualcosa che è accaduto ai partiti: è accaduta anche attraverso le decisioni di chi quei partiti e quelle istituzioni li ha guidati.

Il ragionamento si è poi spostato su dove si trovi oggi realmente il potere. Baccini ha indicato luoghi molto diversi da quelli tradizionali: «Il vero potere si trova nella finanza, negli algoritmi, nella comunicazione». Nel suo discorso sono entrati multinazionali, media e social, capaci di condizionare la società e, in alcuni casi, la stessa politica.

Qui emerge un altro nodo. Se la politica deve riconquistare forza e autorevolezza davanti a poteri che non ricevono direttamente una legittimazione dagli elettori, quella stessa politica deve contemporaneamente accettare limiti e controlli. Una politica troppo debole rischia di non decidere più; una politica che dimentica i propri confini rischia invece di decidere senza sufficienti contrappesi. L’episodio di Ciampi e la riflessione sugli algoritmi, apparentemente lontani, finiscono così per parlare dello stesso problema.

Durante la serata Baccini si è tolto anche qualche sassolino dalla scarpa. Sollecitato sul rapporto con gli avversari e sulla legittimazione del centrodestra, ha rivendicato senza esitazioni la propria appartenenza politica. «Nel centrodestra non esiste il fascismo», ha detto, sostenendo che il fascismo debba stare negli studi ed essere studiato. Ha poi aggiunto:

«Io credo che oggi il comunismo non esista più. Esistono però atteggiamenti che richiamano quella mentalità».

Sono affermazioni politiche, non fatti acquisiti. Possono essere condivise o contestate e appartengono alla lettura di Baccini. Hanno però mostrato anche un lato della presentazione che sarebbe sbagliato nascondere dietro il carattere istituzionale dell’autore. Baccini è sindaco, ma rimane un politico di centrodestra e quando il confronto è arrivato sul terreno dell’appartenenza non ha scelto la neutralità.

Altrettanto netta è stata la formula utilizzata parlando della classe dirigente: «dirigenti senza classe». La critica, nella sua spiegazione, non riguarda soltanto la politica. Investe anche la pubblica amministrazione e soprattutto i meccanismi attraverso i quali vengono selezionate le persone chiamate ad assumere responsabilità. L’assenza dei vecchi percorsi di formazione politica, sostiene, ha favorito una selezione legata alla capacità di raccogliere voti e alla fedeltà al capo. Si può discutere la diagnosi, ma il problema posto è concreto: una democrazia non ha bisogno soltanto di persone capaci di vincere le elezioni. Ha bisogno di persone preparate a governare il giorno dopo.

Anche quando il confronto è arrivato alla famiglia, il racconto personale ha lasciato spazio alla politica. Nel libro Baccini parla dei figli, della moglie Diana e di aspetti della propria vita privata. A Fregene ha sostenuto che «la famiglia, in quanto tale, debba diventare un soggetto giuridico» e ha utilizzato provocatoriamente l’immagine di una sorta di «partita IVA». L’idea è riconoscere concretamente le spese di una famiglia che mantiene un figlio agli studi o decide di assistere un anziano in casa.

È un passaggio nel quale Baccini è apparso per un momento meno lineare. Ha indicato come famiglia tradizionale quella formata da padre, madre e figli, ma ha precisato che gli altri modelli di unione riconosciuti dalla legge devono avere le tutele necessarie. Non è una contraddizione automatica, ma mostra quanto diventi più difficile tracciare confini quando dalle definizioni si passa alle vite reali. E anche qui il potere entra nella questione: perché alla fine è il legislatore a trasformare una visione della società in diritti, doveri e strumenti economici.

Poi il discorso è tornato a Fiumicino. Aeroporto, porti, logistica, infrastrutture, ambiente e Porta d’Italia.

«Fiumicino non è soltanto una città. Fiumicino è un’idea», ha detto Baccini.

La sua visione è quella di un territorio capace di crescere insieme a Roma, ma con maggiore capacità di autogoverno, utilizzando aeroporto, porti e posizione geografica come motori di sviluppo.

Un’idea, però, quando viene pronunciata da un sindaco non può rimanere soltanto un’idea. Prima o poi deve diventare qualcosa che i cittadini possano misurare: nelle strade, nei servizi, nel decoro, nelle infrastrutture, nelle scelte sull’aeroporto e sui porti, nella tutela dell’ambiente e nella qualità della vita. È qui che la visione smette di appartenere a una presentazione libraria e torna a essere amministrazione. Ed è qui che Fiumicino diventa, inevitabilmente, il banco di prova delle parole pronunciate a Fregene.

Baccini stesso ha raccontato un episodio che riduce tutta la teoria a una scena quotidiana. Una donna arrivò in Comune perché non riceveva la pensione. Lui le spiegò che avrebbe dovuto rivolgersi all’Inps. Ma quella donna non conosceva uffici, competenze e confini amministrativi. Conosceva il sindaco e sapeva dove trovarlo.

«Il primo punto di contatto è il Comune. Qualunque sia il problema, il cittadino arriva dal sindaco». Poi una frase ancora più netta: «Il sindaco è l’ultimo baluardo sul territorio».

È probabilmente il momento nel quale Dentro il potere incontra davvero il territorio. Il cittadino non legge l’organigramma dello Stato prima di chiedere aiuto. Se una pensione non arriva, una strada è dissestata, un quartiere si sente insicuro o un servizio non funziona, cerca l’istituzione che vede. Molto spesso è il Comune. E la prossimità, che rappresenta una forza per un sindaco, diventa contemporaneamente il peso della sua funzione.

Baccini non ha nascosto l’altra faccia di questa responsabilità: esposti, accessi agli atti, controlli, Corte dei Conti, Procure, comunicazione e scontri politici che proseguono fuori dal Consiglio comunale.

«L’esercizio della politica è diventato anche una battaglia mediatica», ha osservato.

Nella stanza del sindaco ci sono dei nodi marinari. Da lì Baccini ha preso una delle immagini utilizzate per raccontare la politica italiana: il nodo gordiano. Alessandro Magno, davanti al nodo che nessuno riusciva a sciogliere, lo tagliò con la spada.

Baccini propone il contrario: «Io credo invece che non dobbiamo tagliarli. Dobbiamo cercare di scioglierli».

È una metafora che dice molto anche del modo in cui vuole essere giudicato. Sciogliere un nodo richiede più tempo che tagliarlo. Richiede competenza, pazienza e la disponibilità a rispondere del risultato. Ed è proprio su questo terreno che un libro scritto da un politico ancora in carica assume un significato diverso da una memoria consegnata alla fine di una carriera.

Alla fine della presentazione Baccini è tornato davanti alle persone. Libri aperti, firme, strette di mano, qualche parola scambiata senza microfono. Nello stesso luogo dove da ragazzo sparecchiava i tavoli, è tornato dopo avere attraversato Parlamento, governo e istituzioni e mentre continua ad amministrare Fiumicino.

All’inizio della serata c’erano persone in fila per incontrare l’autore di un libro. Nel suo racconto, qualche chilometro più in là, c’era stata una donna davanti alla porta del Comune perché non riceveva la pensione. La prima cercava Mario Baccini. La seconda cercava lo Stato.

Tra quelle due immagini c’è probabilmente la parte più interessante di Dentro il potere. Baccini può raccontare cosa ha imparato attraversando il potere, può indicarne i limiti, denunciare la crisi della rappresentanza e mettere in guardia dalla forza di finanza, algoritmi e comunicazione. Ma ha scelto di farlo mentre i cittadini hanno ancora la possibilità di verificare le sue parole nell’esercizio quotidiano dell’amministrazione.

Le copie di Dentro il potere di Mario Baccini esposte a La Nave di Fregene in occasione della prima presentazione del libro.

Per questo il significato più concreto di Dentro il potere si misurerà giorno dopo giorno a Fiumicino, dove il Comune è «il primo punto di contatto» con i cittadini e il sindaco, nelle parole di Baccini, «l’ultimo baluardo sul territorio».