Nella Casa di Reclusione presentato Viva il Re! Viva la Repubblica! di Alfonso Celotto e Giulia Guerrini. Il referendum del 1946 diventa occasione per riflettere su memoria, diritti, partecipazione e cittadinanza.
Il referendum del 2 giugno 1946 è tornato al centro del confronto in un luogo dove parole come diritti, responsabilità e rapporto con lo Stato hanno un peso molto concreto. Il 30 settembre, nella Sala Teatro della Casa di Reclusione di Rebibbia, a Roma, è stato presentato Viva il Re! Viva la Repubblica!, il libro di Alfonso Celotto e Giulia Guerrini, pubblicato da Mondadori e dedicato alla nascita della Repubblica attraverso le testimonianze di chi visse direttamente quel passaggio.
L’incontro si è svolto nell’anno dell’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale, ma il richiamo alla ricorrenza non è rimasto confinato alla celebrazione. Il volume parte dalle voci di uomini e donne che presero parte a quella consultazione e restituisce, accanto alla storia politica, le paure, le aspettative e le speranze di una generazione uscita dalla dittatura e dalla guerra. Sono ricordi individuali che riportano una data fondamentale della storia italiana alla dimensione concreta delle persone.
Portare quelle testimonianze dentro Rebibbia ha dato alla presentazione un significato ulteriore. Parlare della nascita della Repubblica in un istituto penitenziario significa inevitabilmente confrontarsi con la cittadinanza, le regole, i diritti, la responsabilità individuale e il rapporto con le istituzioni. Temi che fuori possono apparire teorici e che, dentro un carcere, assumono invece la consistenza della vita quotidiana.
Il 2 giugno 1946 l’Italia fu chiamata a scegliere tra monarchia e Repubblica dopo vent’anni di dittatura fascista e una guerra che aveva lasciato il Paese profondamente segnato. Per la prima volta la forma dello Stato veniva affidata a un voto popolare a suffragio universale. Le donne parteciparono alla consultazione nazionale insieme agli uomini, entrando pienamente nella vita politica del Paese in un momento destinato a cambiarne la storia.
Proprio la partecipazione femminile occupa uno spazio importante nel libro di Celotto e Guerrini. Attraverso le testimonianze raccolte, il referendum emerge anche come esperienza personale: il gesto di entrare in un seggio, esprimere una scelta, sentirsi finalmente parte di una decisione collettiva. La storia istituzionale si intreccia così con quella privata, mostrando quanto il diritto di voto abbia inciso non soltanto sul futuro dello Stato, ma sulla percezione che molti cittadini avevano del proprio ruolo nella società.
All’incontro di Rebibbia hanno preso parte rappresentanti dell’amministrazione penitenziaria, della magistratura, dell’Avvocatura dello Stato e del mondo universitario. In apertura sono intervenuti Giacinto Siciliano, Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria per Lazio, Abruzzo e Molise, e Maria Donata Iannantuono, direttrice della Casa di Reclusione di Rebibbia. È stato inoltre letto l’indirizzo di saluto di Augusto Zaccariello, direttore generale delle specialità del Corpo di Polizia penitenziaria.
Tra gli intervenuti anche Marina Finiti, presidente del Tribunale di Sorveglianza, e Vincenzo Nunziata, vice Avvocato generale dello Stato e presidente ADR. Con loro gli autori Alfonso Celotto, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre, e Giulia Guerrini, avvocato e coautrice del volume. La moderazione è stata affidata a Maria Luisa Tattoli, Consigliera di fiducia del Provveditorato regionale del Lazio, Abruzzo e Molise.
All’incontro ha preso parte anche Loredana Paolesse, presidente dell’Associazione Culturale “Il Cibo & L’Arte”, realtà impegnata nella promozione di iniziative culturali e artistiche. Una presenza che ha affiancato quella delle istituzioni e dei professionisti coinvolti, allargando il confronto anche alla dimensione associativa e alla capacità della cultura di creare occasioni di incontro in contesti diversi da quelli abituali.
La presentazione si è svolta nella Sala Teatro della Casa di Reclusione di Rebibbia, in via Bartolo Longo 72. Qui il racconto del referendum ha incontrato una realtà nella quale il rapporto tra persona, regole e comunità non appartiene soltanto alla riflessione teorica. Il libro ha così offerto lo spunto per guardare al 1946 non come a una pagina chiusa, ma come all’inizio di un percorso che continua a interrogare il presente.
Le testimonianze raccolte riportano alla luce il momento in cui milioni di italiani tornarono a incidere direttamente sul futuro del Paese. Dentro Rebibbia, quei ricordi assumono una prospettiva particolare: la cittadinanza non coincide soltanto con l’appartenenza formale a uno Stato, ma richiama diritti, doveri, responsabilità e possibilità di tornare a prendere parte alla vita della comunità.
È questo uno dei punti che rende l’incontro qualcosa di più di una presentazione editoriale. Chi visse il referendum del 1946 racconta un’Italia che cercava di ricominciare dopo anni drammatici; chi oggi ascolta quelle storie dentro un istituto penitenziario si confronta, da un’altra prospettiva, con il significato delle scelte e con il rapporto tra individuo e società. Due esperienze lontane nel tempo e nelle circostanze, ma capaci di incontrarsi attorno a parole che conservano ancora un peso: libertà, partecipazione, responsabilità.
Il volume raccoglie numerose testimonianze di persone che parteciparono a quella stagione della storia italiana. Non sono soltanto ricordi del giorno del voto, ma frammenti di vita che permettono di capire come il passaggio alla Repubblica sia stato percepito da chi lo attraversò. È in queste voci, più che nella successione delle date, che si coglie la distanza tra l’Italia di allora e quella di oggi.
A chiudere l’incontro sono stati due detenuti della Casa di Reclusione, che hanno eseguito l’Inno d’Italia. In quel momento il racconto del 1946 è uscito dalle pagine del libro e ha incontrato le persone presenti nella sala. Le note dell’inno hanno accompagnato la conclusione della giornata dentro un luogo

