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Lasciato Indietro: quando avere un diritto non basta per poterlo esercitare

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Lasciato Indietro, avere un diritto non basta: sanità, lavoro, scuola e nuove disuguaglianze sociali
Lasciato Indietro – Anno I, numero 8. Quando un diritto esiste ma diventa difficile esercitarlo, nasce una nuova forma di disuguaglianza. La rubrica di informazione sociale ispirata al libro Lasciato Indietro di Dino Tropea.

Dopo una pausa naturale, la rubrica torna sulle notizie delle ultime settimane. Sanità, disabilità, persone senza dimora, povertà educativa, lavoro e intelligenza artificiale sembrano mondi lontani. Osservati insieme raccontano invece la stessa distanza: quella tra avere un diritto e riuscire davvero a esercitarlo.

La rubrica Lasciato Indietro si è concessa una pausa naturale. Le notizie, naturalmente, non l’hanno fatto. Abbiamo continuato a raccoglierle e questa volta abbiamo scelto di non recuperarle semplicemente in ordine cronologico. Averle davanti tutte insieme ci permette di fare qualcosa che la velocità quotidiana dell’informazione rende difficile: osservare ciò che rimane quando i titoli smettono di essere nuovi.

Nell’ultimo articolo di questa rubrica eravamo arrivati alla comunità. Avevamo visto emergere dalle notizie un’idea precisa: non basta garantire una prestazione, bisogna accompagnare le persone. Le settimane successive sembrano portarci un passo più avanti. Perché anche avere un diritto non significa necessariamente riuscire a esercitarlo. Ed è nello spazio tra queste due condizioni che una persona può essere lasciata indietro.

Lo racconta con particolare chiarezza la vicenda del Gargano. Stato Quotidiano, nell’articolo “Sanità, i sindaci: ‘Il Gargano non deve essere lasciato indietro’”, ha riportato la richiesta degli otto sindaci del Distretto Socio-Sanitario 53 per un rafforzamento dell’emergenza-urgenza. La questione riguarda distanze, collegamenti, presidi sanitari e una popolazione che durante l’estate aumenta considerevolmente. Il diritto alla salute è uguale per tutti; il tempo necessario per raggiungere una struttura in grado di curarti, evidentemente, può non esserlo.

È un passaggio importante perché allarga il significato dell’esclusione. Non vengono lasciate indietro soltanto determinate categorie di persone. Può essere lasciato indietro un territorio. E quando accade, la geografia entra nella biografia: il luogo nel quale una persona vive finisce per incidere sulla possibilità concreta di utilizzare un diritto formalmente universale.

Pochi giorni dopo, VareseNews ha pubblicato “In Lombardia sì al medico di base per le persone senza dimora. ‘Servono procedure semplici e accessibili’”. È difficile trovare un esempio più concreto della distanza tra proclamare un diritto e renderlo raggiungibile. Una persona senza dimora non perde il diritto alla salute perché non possiede una casa. Eppure, proprio la mancanza di una residenza stabile può trasformare procedure normali per altri cittadini in ostacoli enormi.

C’è qualcosa che dovremmo domandarci ogni volta che utilizziamo la parola inclusione: quanto deve conoscere il sistema una persona per riuscire a farsi aiutare dal sistema?

Moduli, procedure, requisiti, informazioni, appuntamenti, piattaforme digitali, spostamenti. Presi singolarmente possono sembrare dettagli amministrativi. Sommatisi, possono diventare una barriera. E la contraddizione è evidente: rischiamo di chiedere la maggiore capacità di orientarsi proprio a chi vive la maggiore fragilità.

Un’altra notizia porta questa riflessione dentro le famiglie. Il Corriere della Calabria ha titolato “La disabilità non va mai in vacanza, l’assistenza domiciliare è un diritto, non un favore”. È una frase semplice, ma apre una porta su un pezzo di vita quotidiana che raramente conquista le prime pagine. Agosto arriva per tutti, ma non significa la stessa cosa per tutti. I servizi possono rallentare, gli uffici possono chiudere, le persone possono andare in ferie. Il bisogno di assistenza no.

Quando un servizio viene meno, infatti, il bisogno non scompare. Si trasferisce. Qualcuno dovrà assorbirlo e molto spesso quel qualcuno è una famiglia. Dietro poche ore di assistenza possono esserci la possibilità di lavorare, riposare, occuparsi degli altri figli, mantenere relazioni sociali o semplicemente recuperare energie. La fragilità non riguarda quindi soltanto la persona assistita. Può propagarsi silenziosamente intorno a lei.

Ed è proprio la cura a condurci verso una delle notizie meno conosciute e forse più significative del periodo analizzato. Meridiano 13, con “Sindromul Italia: il lavoro di cura come esperienza traumatica”, ha raccontato la condizione di alcune donne dell’Europa orientale emigrate in Italia per lavorare nell’assistenza familiare. L’espressione “Sindrome Italia”, è importante precisarlo, non identifica una diagnosi riconosciuta dai manuali diagnostici. Il fenomeno raccontato, però, permette di guardare al lavoro di cura da una prospettiva che spesso dimentichiamo: quella di chi cura.

Per anni molte lavoratrici hanno sostenuto anziani e famiglie italiane mentre vivevano lontano dalle proprie famiglie. Una donna può aiutare un nostro genitore a non essere lasciato solo e, nello stesso momento, vivere la lontananza dai propri figli. Non c’è bisogno di trasformare questa realtà in una contrapposizione tra vittime e responsabili. Serve invece riconoscere la catena della cura e domandarsi dove finisca il suo costo umano.

È forse uno dei paradossi più profondi incontrati in questo mese: si può trascorrere una parte della propria vita impedendo che qualcun altro venga lasciato indietro e rischiare di esserlo a propria volta.

La distanza può cominciare anche molto prima. News Istruzione ha raccontato il progetto di Seregno nel pezzo “Seregno, Gamelab trasforma lo studio in un gioco contro la povertà”. La fonte istituzionale del Comune descrive Gamelab come un progetto rivolto agli studenti delle scuole secondarie di primo grado, costruito attraverso attività educative, gamification, cinema e sport, con obiettivi che comprendono inclusione, competenze e contrasto alla povertà educativa.

Qui la domanda cambia ancora: quando cominciamo a rimanere indietro?

Forse molto prima di quando ce ne accorgiamo. Una difficoltà scolastica non recuperata, la progressiva convinzione di “non essere portati”, l’impossibilità economica di accedere alle stesse opportunità degli altri, l’isolamento dal gruppo possono produrre distanze che diventano visibili soltanto anni dopo. La povertà educativa è particolarmente insidiosa perché presenta oggi un conto che spesso verrà pagato domani.

Il lavoro racconta un meccanismo simile. Nelle settimane osservate l’espressione “nessuno deve essere lasciato indietro” compare nelle vertenze dell’ex Ilva e nella vicenda dei Tirocinanti di Inclusione Sociale calabresi. USB, nell’intervento “Ex Ilva: la sentenza impone una scelta politica. Servono intervento pubblico e tutele straordinarie per tutti i lavoratori”, utilizza quella formula parlando della trasformazione industriale. Nella vertenza dei tirocinanti calabresi, invece, CGIL e NIdiL hanno utilizzato un’espressione ancora più significativa: “lavoratori invisibili”.

Sono vicende differenti e sarebbe sbagliato sovrapporle. Ma entrambe pongono un problema comune: che cosa accade alle persone mentre un sistema cambia?

Perdere o vedere minacciato il lavoro non significa soltanto perdere reddito. Il lavoro organizza il tempo, costruisce autonomia, produce appartenenza e permette di immaginare il futuro. Una lunga condizione di precarietà può produrre qualcosa di più sottile della difficoltà economica: la sensazione di essere sospesi mentre gli altri continuano ad avanzare.

Ed è qui che una notizia apparentemente distante dalle precedenti diventa sorprendentemente vicina. Fortune Italia, nell’articolo “L’AI si governa. Lagarde e Gianotti rilanciano l’Europa”, riporta una domanda posta da Fabiola Gianotti davanti alle trasformazioni prodotte dall’intelligenza artificiale: come possiamo garantire che nessuno venga lasciato indietro? La risposta passa anche attraverso formazione e riqualificazione.

Questa volta stiamo parlando di persone che forse non sono ancora state lasciate indietro. Ed è proprio questo a rendere la questione decisiva.

L’intelligenza artificiale può aumentare produttività, creare opportunità e trasformare professioni. Ma dire semplicemente alle persone che dovranno adattarsi significa attribuire all’individuo una responsabilità che è anche collettiva. Chi finanzierà la formazione? Chi avrà il tempo di formarsi? Chi accompagnerà un lavoratore di cinquant’anni verso competenze completamente nuove? Che cosa accadrà a chi possiede meno istruzione, meno strumenti digitali o meno possibilità economiche?

C’è una frase invisibile che attraversa molte delle notizie di questo mese: devi riuscire a stare al passo. Deve riuscirci chi vive lontano dall’ospedale. Deve riuscirci chi non ha una casa e deve orientarsi nelle procedure sanitarie. Deve riuscirci la famiglia che organizza l’assistenza. Deve riuscirci il ragazzo che parte con uno svantaggio educativo. Deve riuscirci il lavoratore dentro una riconversione industriale. Dovrà riuscirci chi vedrà l’intelligenza artificiale trasformare la propria professione.

E forse abbiamo trovato qui il punto che collega notizie così diverse. Una società può riconoscere molti diritti e continuare a produrre esclusione quando, per esercitarli, chiede lo sforzo maggiore proprio a chi dispone delle minori risorse per compierlo.

Essere lasciati indietro non significa necessariamente trovare una porta chiusa. A volte la porta è aperta, ma è troppo lontana. Il servizio esiste, ma non quando serve. L’opportunità c’è, ma non possediamo gli strumenti per raggiungerla. Nessuno ci ha espulsi, eppure continuiamo a vedere aumentare la distanza dagli altri.

È questo che questa rubrica prova a fare. Non ripetere ciò che le singole testate hanno già raccontato bene, ma mettere sullo stesso tavolo notizie che il flusso quotidiano dell’informazione tiene separate. Perché un articolo sul Gargano parla apparentemente di sanità e uno di Seregno parla di scuola. Uno racconta le badanti e un altro l’intelligenza artificiale. Ma osservati insieme possono mostrarci qualcosa che separatamente rischiamo di non vedere.

In queste settimane anche Lasciato Indietro, il libro da cui nasce questa rubrica, è entrato nelle notizie: AGR Online, raccontando “Cadenze Letterarie cresce a Roma: più pubblico e partecipazione”, ha dedicato spazio all’evento ed alla presentazione del nostro Romanzo Lasciato Indietro. Una coincidenza che riporta questa ricerca alla sua origine: le storie di chi rischia di diventare invisibile. Scopri qui l’Opera Lasciato Indietro.

Non ci interessa sapere quante volte in un mese sia stata pronunciata la frase “nessuno deve essere lasciato indietro”.

Ci interessa sapere chi c’è dietro quelle parole e, soprattutto, chi ancora non riusciamo a vedere. Perché forse il vero contrario di essere lasciati indietro non è essere aiutati. È poter continuare a camminare insieme agli altri.