Home EDITORIALE DIRETTORE IL CASO LAZIO / Il primato amaro del fisco locale: ecco perché...

IL CASO LAZIO / Il primato amaro del fisco locale: ecco perché a Roma e provincia le buste paga e le pensioni sono le più leggere d’Italia

0
41
Close-up of a senior man counting money in European Union currency

–C’è un’iniquità geografica silenziosa che si consuma ogni mese sui cedolini dei lavoratori dipendenti e sugli assegni dei pensionati italiani. A parità di importo lordo, chi risiede nel Lazio si ritrova in tasca il netto più basso d’Italia. Non è una questione di dinamiche contrattuali, ma l’effetto combinato di una morsa fiscale locale che ha trasformato la regione della Capitale nella macro-area più esosa del Paese sul fronte delle addizionali Irpef.

I numeri elaborati dagli osservatori fiscali e dalle parti sociali descrivono un divario ormai strutturale con il resto della Penisola, che colpisce duramente non solo i lavoratori attivi ma anche la vastissima platea dei nonni d’Italia. Per un reddito medio-alto da 40.000 euro lordi all’anno, un cittadino romano — sia esso un quadro aziendale o un pensionato — arriva a sborsare la cifra record di 1.452 euro di sole addizionali regionali e comunali. Per capire la portata del prelievo basta spostare la residenza di poche centinaia di chilometri: a Milano, per lo stesso identico profilo contributivo, il conto si ferma quasi alla metà. Un salasso che non risparmia le altre province, da Latina a Frosinone fino a Rieti, dove l’impatto fiscale sfiora comunque i 1.412 euro annui.

Per i pensionati laziali, in particolare, il quadro si fa ancora più cupo. Spesso privi delle detrazioni destinate ai lavoratori dipendenti (come quelle per le spese di produzione del reddito), si trovano a subire passivamente un prelievo alla fonte che erode il potere d’acquisto di pensioni già colpite dall’inflazione. Secondo i dati sindacali, l’addizionale regionale del Lazio incide sui trattamenti pensionistici medi per centinaia di euro in più rispetto alla media nazionale, trasformando l’assegno previdenziale in una variabile legata esclusivamente al codice postale di residenza.

Per trovare l’origine di questa anomalia bisogna scavare nelle pieghe dei bilanci del passato, dove si nasconde il fantasma mai del tutto svanito del gigantesco debito sanitario regionale. Fu il commissariamento della sanità, scattato oltre dieci anni fa, a imporre l’attivazione delle “maggiorazioni automatiche” dell’aliquota regionale, un meccanismo di salvaguardia introdotto dallo Stato per ripianare i conti e culminato nell’applicazione dell’aliquota massima del 3,33% sui redditi sopra i 15.000 euro. Quello che doveva essere un prelievo d’emergenza si è progressivamente trasformato in una tassa strutturale che grava indistintamente su stipendi e pensioni.

Il vero paradosso odierno risiede proprio nel consolidamento di queste aliquote. Nonostante l’uscita formale dal commissariamento e i ripetuti annunci di risanamento dei conti pubblici, il ceto medio e i pensionati laziali sono rimasti di fatto ostaggio del livello massimo di tassazione. Le parziali misure di esenzione introdotte negli ultimi anni per i redditi fino a 28.000 euro hanno offerto un ristoro soltanto temporaneo e limitato, lasciando scoperto il welfare familiare, storicamente sorretto proprio dai redditi da pensione.

Alla fine, a pesare sui contribuenti è anche il calcolo del rapporto tra qualità e prezzo. A fronte di un sacrificio economico che non ha eguali nel resto d’Italia, i cittadini — e in prima fila gli anziani, principali utenti del servizio sanitario — si scontrano quotidianamente con le note criticità dei servizi sul territorio: dalle liste d’attesa infinite negli ospedali pubblici ai cronici disagi del trasporto locale. Finché la politica regionale non affronterà il nodo dell’azzeramento definitivo delle vecchie maggiorazioni ereditate dal debito, il Lazio rimarrà la maglia nera del fisco italiano, costringendo i suoi lavoratori e i suoi pensionati a rimanere i contribuenti più tartassati d’Italia.