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Pensioni, la scure della rivalutazione 2027: ecco chi rischia di perdere oltre 1.300 euro all’anno

Il nuovo meccanismo a sei fasce previsto dalla Legge di Bilancio frena il recupero del potere d’acquisto per gli assegni superiori a 2.450 euro. Nessun taglio nominale, ma un mancato guadagno che penalizza circa 3,5 milioni di italiani.

di Piero Fusaglia

ROMA – Non si tratta di un taglio lineare sui cedolini già in essere, ma l’effetto pratico sul portafogli rischia di essere molto simile. La rimodulazione della perequazione delle pensioni, inserita nel disegno di legge di Bilancio per il 2027, si appresta a presentare un conto salatissimo ai trattamenti previdenziali di importo medio-alto. Secondo le proiezioni tecniche e le simulazioni sindacali circolate nelle ultime ore, la platea dei penalizzati sfiora i 3,5 milioni di persone. Per i redditi da pensione più elevati, il mancato adeguamento all’inflazione si tradurrà in una perdita potenziale che supererà i 1.300 euro lordi annui.

L’equivoco da chiarire riguarda la natura dell’intervento: dal primo gennaio 2027 gli assegni continueranno a salire per agganciare il costo della vita, stimato provvisoriamente tra il 2,7% e il 2,9%. Il problema è che l’esecutivo ha deciso di abbandonare il vecchio schema per introdurre un filtro progressivo basato su sei fasce di reddito. Più l’assegno mensile è alto, più la percentuale di protezione dall’inflazione si riduce.

L’unica vera scialuppa di salvataggio resta confermata per i trattamenti fino a quattro volte il minimo INPS. Per il 2027 la soglia di protezione totale si attesterà a 2.447,40 euro lordi mensili: chi percepisce una cifra inferiore a questa barriera riceverà l’inflazione piena al 100%. Subito sopra, invece, scattano i colpi di forbice. Nella fascia tra le 4 e le 5 volte il minimo (fino a 3.059 euro lordi) la rivalutazione scende all’85%, generando una perdita media annua che oscilla tra i 150 e i 250 euro. Il gradino successivo, quello che copre gli assegni fino a 6 volte il minimo (3.671 euro), vede la tutela precipitare al 53%, con un danno che sale rapidamente verso i 400 euro all’anno.

La frenata diventa ancora più brusca per la quarta e la quinta fascia: chi si trova tra le 6 e le 8 volte il minimo recupererà solo il 47% dell’inflazione, mentre tra le 8 e le 10 volte la copertura crolla al 37%, lasciando sul terreno tra i 700 e i 900 euro all’anno di mancato guadagno. La penalizzazione massima colpisce infine i trattamenti superiori a dieci volte il minimo INPS (oltre i 6.118 euro lordi). In questo caso l’adeguamento cala drasticamente al 32%: per un assegno da 8.000 euro lordi mensili, significa veder svanire oltre 1.314 euro in dodici mesi.

Le prime reazioni del mondo sindacale non si sono fatte attendere. La protesta si concentra sul fatto che la misura non va a colpire i cosiddetti “super ricchi”, ma va a erodere il potere d’acquisto di ex lavoratori dipendenti, quadri e funzionari che hanno versato regolarmente contributi per quarant’anni. Con il testo della manovra atteso al vaglio parlamentare, la battaglia sugli emendamenti per ammorbidire le fasce più penalizzate è già cominciata.

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