Un’anomalia contabile e sociale che sta facendo discutere fiscalisti ed esperti di previdenza: in determinate condizioni, cittadini che non hanno mai versato contributi lavorativi arrivano a percepire un assegno mensile superiore rispetto a chi ha svolto un’attività lavorativa regolare per decenni con retribuzioni basse. Il paradosso nasce dall’intersezione tra le prestazioni assistenziali a carico della fiscalità generale e le pensioni calcolate con il metodo contributivo per le carriere frammentate o discontinue.
Il meccanismo dell’Assegno Sociale e le integrazioni al minimo
Alla base di questa disparità c’è il funzionamento dell’Assegno Sociale, la misura assistenziale destinata a chi si trova in condizioni di disagio economico e compie 67 anni di età. Grazie alle recenti rivalutazioni e alle maggiorazioni sociali previste per gli ultrasessantacinquenni privi di reddito, l’importo erogato dallo Stato può superare la soglia minima prevista per chi ha versato contributi ma non raggiunge il numero di anni necessari per l’integrazione o si trova penalizzato dal calcolo puramente contributivo.
“Il sistema rischia di scoraggiare la legalità e la continuità contributiva quando gli strumenti assistenziali offrono tutele economiche più elevate del lavoro reale.”
Le distorsioni del metodo contributivo sui redditi bassi
Per i lavoratori con carriere discontinue, part-time involontari o retribuzioni minime, il calcolo dei contributi effettivamente versati si traduce spesso in pensione di importo molto ridotto. In assenza di clausole di salvaguardia adeguate, questi assegni finiscono per rimanere inferiori rispetto alle soglie di sostegno sociale garantite a chi non ha alcuna posizione previdenziale aperta, riaccendendo il dibattito sulla necessità di una riforma organica delle pensioni in Italia.

