Dopo quattro mesi e oltre venti sedute, la Commissione non ha potuto votare l’Osservatorio per mancanza del numero legale. La Presidente riconvoca per venerdì e chiama la maggioranza alle proprie responsabilità.
C’è un modo semplice per capire cosa è successo il 23 settembre nel Municipio Roma XI. Immaginate un’assemblea di condominio. Tutti insieme scrivete il regolamento, lo firmate e lo approvate all’unanimità. Poi, il giorno della ratifica finale, metà dei condomini non scende in cortile. Senza avvisare. E senza quel numero minimo di presenti, l’assemblea non può decidere nulla.
È andata più o meno così con l’Osservatorio sull’antisemitismo e sulle altre forme di discriminazione. La proposta era arrivata al voto conclusivo nella Commissione Politiche Sociali presieduta da Fabiana Di Segni, dopo un percorso che lei stessa riassume così: «Non parliamo di un testo costruito in pochi giorni». Sono stati quattro mesi, oltre venti Commissioni e decine di audizioni. Tra gli auditi c’erano il prof. David Meghnagi, il Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, generale Pasquale Angelosanto, un rappresentante di UNAR e OSCAD, Uriel Perugia per l’UCEI e Gadi Luzzatto Voghera.
Alle 14.30 del 23 settembre Pd, Demos e Movimento 5 Stelle non si sono presentati. È mancato il numero legale, cioè la presenza minima necessaria perché una seduta sia valida. Niente voto.
Per capire perché, bisogna tornare a luglio. Il 16 luglio il Presidente del Municipio, Gianluca Lanzi, riunisce la sua maggioranza proprio per trovare un accordo sul testo. Da quell’incontro nasce un maxi-emendamento, cioè una versione riscritta dell’intero provvedimento. Il 17 luglio quel testo viene firmato da esponenti delle diverse componenti della maggioranza, Pd e Demos compresi. Il 22 luglio viene votato in Commissione: all’unanimità.
Solo a votazione conclusa emerge un subemendamento, una piccola modifica a quel testo, che nessuno aveva segnalato durante la seduta. La Presidente sceglie di non riaprire un voto già chiuso. Da lì partono le contestazioni di due consiglieri di maggioranza e quasi due mesi di stallo. In quel periodo Di Segni chiede agli uffici una cosa sola: quale norma avrebbe violato. La risposta della Direzione, nero su bianco, motiva il parere favorevole a ripetere il voto con «esclusive ragioni fondate su criteri di opportunità». Una norma violata, a quanto risulta, non viene indicata.
Chi fa il mio mestiere sa che il silenzio stampa è una strategia. Il silenzio in Commissione, invece, è solo un’assenza. E un’assenza organizzata ha un effetto preciso: impedisce di votare senza costringere nessuno a dire che cosa pensa. Non si vota sì, non si vota no. Semplicemente, non si vota.
C’è poi un dettaglio che rende la vicenda ancora più eloquente. Di Segni non è all’opposizione. Fa parte di quella stessa maggioranza, anche se è uscita dal Partito Democratico e ha espresso pubblicamente il suo dissenso. È lei a porre la questione: parla del rischio di un «tentativo politico di isolare e “punire” quel dissenso». E aggiunge: «Se questa lettura è sbagliata, esiste un modo semplicissimo per dimostrarlo: presentarsi, e votare».
La cronologia, del resto, racconta una storia che si ripete. Ad aprile il primo atto sul tema salta per mancanza del numero legale. A maggio arriva la proroga al 17 luglio. A luglio c’è l’unanimità, poi lo stallo. A settembre il numero legale manca di nuovo. Il campo largo, a Roma XI, sembra allargarsi soprattutto nei tempi.
Resta la domanda che chiunque, anche senza seguire la politica municipale, può porsi: questo Osservatorio lo si vuole davvero? Si può essere contrari, legittimamente. Si può anche cambiare idea rispetto a luglio. Ma allora lo si dica in aula, con un voto e con una spiegazione ai cittadini, alle istituzioni e alle associazioni coinvolte in questi mesi. Perché se c’è un tema sul quale le tattiche di corridoio stonano più che altrove, è la lotta all’antisemitismo.
Di Segni ha riconvocato la Commissione per venerdì 25 settembre alle 8.30. La sua richiesta è volutamente minima: «Non chiedo a nessuno di votare come me. Chiedo a tutti di esserci». E chiude con una frase che meriterebbe di essere appesa in ogni aula consiliare: «La democrazia non è la forza dei numeri usata per impedire una decisione. È il coraggio di entrare in aula, confrontarsi e trasformare la propria posizione in un voto».
C’è però una domanda che va oltre i regolamenti e le procedure: perché il Pd appare così indeciso su un tema come la lotta all’antisemitismo? Non si parla di una delibera sui parcheggi o sull’illuminazione pubblica. Si parla di uno strumento contro l’odio verso gli ebrei, in una città che custodisce la più antica comunità ebraica d’Europa occidentale. Su un tema così, ci si aspetterebbe un sì convinto o un no motivato. Invece, dall’aprile scorso, il copione è sempre lo stesso: numero legale che manca, proroghe, stalli, contestazioni procedurali. Non attribuisco intenzioni a nessuno, e lo stesso vale per Di Segni. Ma in politica, come nella comunicazione, conta anche ciò che si fa. E quando per quattro mesi l’effetto è sempre lo stesso, un voto che non arriva, è legittimo chiedersi se l’imbarazzo riguardi la procedura o il tema.
Venerdì si vedrà chi ha il coraggio di votare. L’orario è scomodo, certo. Ma per alzare la mano basta una mano sola. L’altra può restare sul caffè.
(Nella foto Fabiana Di Segni)



