di Antonella Multari
Che cosa dobbiamo riparare, esattamente? Una persona? Una distanza? Una colpa? Oppure quella parte di noi che, rinchiusa troppo a lungo dentro una definizione, rischia di dimenticare perfino il colore del mare? È da questa domanda che si è snodato l’incontro tenutosi a Palazzo Valentini, dal tema: “La riparazione della poesia. Cosa accade quando la poesia entra negli istituti di pena”.
Una realtà difficile da ignorare: carceri sovraffollate, sempre più chiuse alla società, lontane dal dettato costituzionale. La poesia può aprire una finestra, ma prima bisogna avere il coraggio di guardare il muro. E il muro non è solo di cemento: è solitudine, isolamento, stigmatizzazione, indifferenza. È ciò che separa chi è dentro da chi è fuori, ma anche, lentamente, una persona da se stessa.
La poesia in carcere non è un ornamento culturale, né un’attività da aggiungere quando tutto il resto è stato fatto. È uno strumento di pensiero che entra in un’istituzione totale. E il filo che ha unito esperienze diverse, tra carceri e REMS, è stato uno solo: l’ascolto. Le parole emerse non cancellano ciò che è accaduto e non cancellano la responsabilità. Ma introducono una distinzione essenziale: una persona può essere responsabile di un errore senza coincidere interamente con esso. Un errore può appartenere a una vita senza diventare tutta una vita. Vale anche per il nostro sguardo: il rischio è leggere prima la storia e poi le parole, vedere il reato prima del verso, la diagnosi prima della persona.
Scrivere non significa curare, ma la scrittura può essere cura. La paura che resta senza parole è una stanza chiusa dentro un’altra stanza; quando trova una parola non smette necessariamente di far male, ma può essere attraversata. La parola diventa una riva. La poesia, allora, non serve: accade. E quando accade qualcosa si mette in viaggio anche da fermi. Forse è questo che accade quando la poesia entra in un carcere: non apre necessariamente una porta, ma può aprire uno spazio dentro. Una gabbia non è sempre fatta di sbarre, e la poesia, qualche volta, non ha bisogno di spezzarla: le basta restituire una parola, e attraverso quella parola un orizzonte. Non ripara perché aggiusta.
Ripara perché ricollega: alla memoria, al corpo, alle emozioni, alla responsabilità, alla possibilità di raccontarsi in modo diverso da come ci hanno raccontato gli altri. E ogni volta che una poesia viene letta, quel mare ricomincia a respirare. La poesia in carcere non è un ornamento culturale, ma uno strumento di pensiero che entra in un’istituzione totale. Non può cambiare il mondo, ma può cambiare il modo di guardarlo. E per questo è necessario un cambio di attitudine, un cambio di atteggiamento, un cambio di comportamento.
