CASERTA – Si allunga la scia delle inchieste sul dramma del caporalato e dello sfruttamento della manodopera agricola in Campania. Una vasta operazione condotta dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Caserta, sotto il coordinamento della Procura di Santa Maria Capua Vetere, ha fatto luce su un sistematico e brutale circuito di sfruttamento nei territori compresi tra Villa Literno e Mondragone. Al centro delle indagini, durate oltre due anni, figurano otto persone indagate a vario titolo per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
I dettagli emersi dall’inchiesta giudiziaria delineano uno scenario di assoluta privazione dei diritti civili e lavorativi fondamentali, che riduceva i braccianti agricoli – in larga parte cittadini extracomunitari privi di regolare permesso di soggiorno – in uno stato di quasi totale sottomissione.
Condizioni disumane e paghe al ribasso
La rete criminale smantellata dalle forze dell’ordine applicava un protocollo di sfruttamento ferreo e privo di deroghe:
- Orari di lavoro estenuanti: I braccianti erano costretti a rimanere nei campi fino a 14 ore al giorno, sette giorni su sette, senza alcuna possibilità di usufruire del riposo settimanale o di pause adeguate.
- Compensi irrisori a cottimo: La retribuzione non seguiva i contratti collettivi ma veniva calcolata in base alla resa, oscillando tra gli 80 centesimi e 1,50 euro per ogni cassetta di ortaggi raccolta. In altri casi monitorati, la tariffa oraria non superava i 3 euro.
- Nessuna tutela climatica: I lavoratori venivano obbligati a operare all’aperto in qualsiasi condizione meteorologica, esposti tanto alle ondate di calore estive quanto alle intemperie invernali, spesso senza alcun dispositivo di protezione individuale.
Il sistema dei ricatti e dei controlli blindati
Dalle intercettazioni e dai riscontri sul campo è emerso un controllo capillare esercitato dai caporali, mirato ad annullare ogni forma di reazione da parte delle vittime. Ai braccianti era severamente vietato utilizzare i telefoni cellulari durante i turni e non era concessa alcuna assenza, nemmeno a fronte di documentati problemi di salute o infortuni.
Il meccanismo di sottomissione faceva leva sul ricatto occupazionale: chiunque avesse rallentato il ritmo o si fosse assentato per malattia sarebbe stato immediatamente licenziato ed espulso dal circuito. Inoltre, le vittime subivano precise minacce di ritorsione qualora non fossero riuscite a fuggire e a nascondersi tempestivamente in occasione dei controlli ispettivi delle forze dell’ordine.
L’operazione odierna riaccende i riflettori sulla necessità di un monitoraggio costante delle filiere agricole del Mezzogiorno, dove la vulnerabilità dei migranti irregolari continua a rappresentare il terreno fertile su cui proliferano le organizzazioni criminali legate al caporalato.

