Dopo la fibromialgia, prosegue il confronto con Luca Baiera sul movimento. Questa volta al centro ci sono sport, difese immunitarie, recupero e attività fisica nelle persone con patologie.
Fare attività fisica regolarmente fa bene alla salute, ma da questa evidenza a sostenere che allenarsi “rafforzi le difese immunitarie” in modo automatico il passo è troppo lungo. Intensità, frequenza, condizioni della persona e capacità di recupero fanno la differenza. E quando sono presenti patologie, il movimento deve essere adattato alla situazione individuale e inserito correttamente nel percorso di salute.
È da qui che parte il nuovo appuntamento de Il Giornale del Lazio con Luca Baiera, professionista del movimento con Master universitario in Posturologia. Il tema questa volta è il rapporto tra sport e sistema immunitario, con particolare attenzione agli effetti dell’esercizio moderato, ai possibili eccessi dell’allenamento intenso e al ruolo che il movimento può assumere anche nella vita delle persone che affrontano una malattia oncologica.
Le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità forniscono un punto di riferimento importante. Per gli adulti vengono raccomandati almeno 150-300 minuti alla settimana di attività aerobica di intensità moderata oppure 75-150 minuti di attività vigorosa, o una combinazione equivalente, insieme ad attività di rafforzamento muscolare. Le raccomandazioni riguardano anche le persone che convivono con condizioni croniche, naturalmente tenendo conto delle capacità individuali e delle eventuali controindicazioni.
Baiera, cominciamo dalla domanda più semplice: è corretto dire che lo sport rafforza il sistema immunitario?
«Direi che bisogna innanzitutto parlare di attività fisica regolare e correttamente dosata. Il sistema immunitario è estremamente complesso e non esiste un interruttore che possiamo semplicemente accendere facendo sport. Il movimento può contribuire al benessere generale dell’organismo e interagisce con numerosi meccanismi fisiologici, compresi quelli legati alla risposta immunitaria. Il punto fondamentale, però, è la misura: tipo di attività, intensità, frequenza e recupero devono essere adeguati alla persona.»
Dopo aver affrontato con Baiera il rapporto tra fibromialgia e movimento, la rubrica prosegue quindi lungo lo stesso filo: non l’esercizio come prestazione fine a se stessa, ma il movimento osservato nelle sue relazioni con la salute. Nel precedente approfondimento era emersa soprattutto la necessità di adattare l’attività alla persona; un principio che diventa ancora più importante quando si parla di sistema immunitario.
Perché il sistema immunitario è così complesso e perché è sbagliato immaginarlo semplicemente come qualcosa che diventa più “forte” allenandosi?
«Perché non parliamo di un singolo organo. Il sistema immunitario coinvolge cellule, tessuti, organi e molecole che collaborano nel riconoscimento e nella risposta a ciò che può rappresentare una minaccia per l’organismo. Esistono meccanismi differenti e altamente specializzati. Per questo preferisco parlare dell’attività fisica come di uno degli elementi che possono concorrere al mantenimento di un buon equilibrio generale, evitando slogan come “lo sport aumenta le difese” che rischiano di semplificare eccessivamente.»
Quindi più attività fisica non significa necessariamente più salute?
«Esatto. Uno degli errori più comuni è pensare che, se una certa quantità di movimento produce benefici, raddoppiandola si ottenga automaticamente un beneficio doppio. Non funziona così. L’organismo ha bisogno dello stimolo prodotto dall’attività, ma anche del tempo necessario per recuperare. Il carico deve essere proporzionato alla condizione della persona, alla sua preparazione e agli obiettivi. Il movimento deve diventare sostenibile, non trasformarsi in uno stress continuo.»
L’OMS sottolinea che qualsiasi quantità di attività fisica è preferibile all’inattività e che chi è sedentario dovrebbe iniziare gradualmente, aumentando nel tempo durata, frequenza e intensità. Nelle persone con particolari condizioni di salute può essere opportuno confrontarsi con il medico o con professionisti qualificati prima di affrontare programmi più impegnativi.
Nel suo contributo lei richiama anche la cosiddetta “open window”. Di cosa stiamo parlando?
«È un’espressione utilizzata per descrivere una fase successiva soprattutto ad attività fisiche particolarmente intense o prolungate, nella quale sono state osservate modificazioni transitorie di alcuni parametri immunitari. È un tema che nel tempo è stato molto discusso e sul quale la ricerca continua a confrontarsi. Per chi pratica attività fisica il messaggio pratico non dovrebbe essere avere paura dell’allenamento, ma comprendere l’importanza di programmare correttamente carichi e recupero.»
Quindi non dobbiamo concludere che un allenamento intenso “abbassi le difese” e faccia necessariamente ammalare?
«No, sarebbe una conclusione troppo semplice. L’intensità va sempre contestualizzata. Un atleta allenato e una persona sedentaria che affrontano lo stesso carico non stanno sottoponendo il proprio organismo allo stesso sforzo relativo. Bisogna considerare allenamento, recupero, sonno, alimentazione, eventuali patologie e condizioni generali. È l’insieme che conta.»
Quanto è importante il recupero?
«È parte dell’allenamento. Spesso si pensa al riposo come a un’interruzione, mentre è una fase nella quale l’organismo recupera dallo stimolo ricevuto. Programmare significa anche sapere quando ridurre il carico, quando fermarsi e quando riprendere. Questo vale ancora di più per chi non pratica sport agonistico e cerca nell’attività fisica soprattutto salute e benessere.»
Il tema diventa più delicato quando dal soggetto sano si passa alla persona che convive con una patologia. Le linee guida dell’OMS includono esplicitamente anche gli adulti con condizioni croniche e ricordano che l’attività deve essere rapportata alle capacità individuali. Il principio generale rimane muoversi, evitando però di trasformare una raccomandazione di salute pubblica in una prescrizione identica per tutti.
Nel suo testo affronta anche il rapporto tra attività fisica e tumori. Qui bisogna essere particolarmente chiari: che ruolo può avere il movimento?
«Il primo punto da chiarire è che l’attività fisica non sostituisce in alcun modo le terapie oncologiche. Può invece inserirsi, quando le condizioni cliniche lo consentono e con le indicazioni appropriate, in un percorso più ampio rivolto alla persona. Il movimento può contribuire alla capacità funzionale, al mantenimento della forza e alla qualità della vita. Quando si parla di un paziente oncologico, però, l’attività deve essere adattata alla situazione concreta e coordinata con il percorso sanitario.»
L’attività fisica regolare è associata a una riduzione del rischio di diverse malattie non trasmissibili e l’OMS comprende tra queste anche alcuni tumori. Lo stesso organismo internazionale sottolinea inoltre i benefici dell’esercizio per salute mentale, sonno, capacità funzionale e benessere complessivo. Questo non significa attribuire al movimento proprietà terapeutiche che non possiede, ma riconoscerne il ruolo all’interno di stili di vita e percorsi assistenziali basati sulle evidenze.
Nel documento parla anche delle cellule coinvolte nella risposta immunitaria e del rapporto tra esercizio e meccanismi biologici. Quanto sappiamo realmente?
«Sappiamo che l’esercizio produce numerose risposte nell’organismo e che il sistema immunitario partecipa a questi adattamenti. Parliamo di un campo molto ampio, nel quale intervengono diversi tipi di cellule e mediatori. Dobbiamo però evitare di trasformare meccanismi biologici complessi in promesse. Per il cittadino il messaggio utile rimane più semplice: muoversi regolarmente fa parte di uno stile di vita favorevole alla salute, mentre situazioni cliniche specifiche richiedono indicazioni specifiche.»
C’è quindi una differenza importante tra prevenzione, benessere e terapia?
«Assolutamente. Sono piani che non devono essere confusi. Il movimento può avere una funzione preventiva e può contribuire al benessere della persona; in alcune condizioni può essere inserito in programmi strutturati di esercizio. Ma una patologia deve essere diagnosticata e trattata dalle figure sanitarie competenti. Chi si occupa di movimento deve conoscere i propri limiti professionali e lavorare, quando necessario, in rapporto con le altre figure coinvolte.»
Qual è allora l’errore più frequente di chi decide di iniziare ad allenarsi “per stare meglio”?
«Volere tutto subito. Una persona sedentaria non dovrebbe partire imitando il programma di chi si allena da anni. Serve gradualità. Prima si costruisce la continuità, poi si aumenta progressivamente il carico. Bisogna imparare ad ascoltare i segnali dell’organismo e soprattutto comprendere che la regolarità nel tempo vale più di una settimana di allenamenti esasperati seguita da un mese di stop.»
E per una persona che convive con una patologia?
«In quel caso la personalizzazione diventa ancora più importante. Bisogna conoscere la situazione clinica, le indicazioni ricevute e le eventuali limitazioni. Non esiste un esercizio universalmente corretto per tutti. L’obiettivo è trovare un’attività compatibile con la persona e costruirla progressivamente, rivolgendosi alle figure competenti quando le condizioni lo richiedono.»
È lo stesso principio che aveva guidato il precedente approfondimento sulla fibromialgia: il movimento non come prova da superare, ma come strumento da adattare alla persona. Cambia la materia dell’intervista, ma non cambia il punto di partenza della rubrica. L’attività fisica può diventare una componente importante della salute proprio quando smette di essere interpretata esclusivamente attraverso chilometri, carichi e prestazioni.
Se dovessimo lasciare ai lettori una sola regola sul rapporto tra sport, sistema immunitario e salute, quale sceglierebbe?
«Direi di muoversi con continuità e con misura. Non serve inseguire l’allenamento estremo pensando che faccia automaticamente meglio. Il movimento deve essere adeguato alla persona, alle sue condizioni e alla sua capacità di recuperare. La salute si costruisce soprattutto attraverso la costanza.»
Il nuovo confronto con Luca Baiera lascia quindi un’indicazione concreta: tra sedentarietà ed eccesso esiste uno spazio molto più ampio, quello dell’attività fisica regolare, progressiva e personalizzata. È lì che il movimento può diventare una parte stabile dello stile di vita, senza trasformarsi né in una promessa terapeutica né in una gara contro il proprio organismo.



