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Sanità nel Lazio, l’odissea dei Pronto Soccorso: quando per una visita conviene prendere l’autostrada

C’è un indicatore non ufficiale ma capillarmente affidabile che misura lo stato di salute della sanità nel Lazio: il chilometraggio che i residenti sono disposti a percorrere pur di evitare il collasso dei grandi ospedali romani. Con l’arrivo dei primi freddi autunnali e la consueta ripartenza delle sindromi stagionali, la mappa del disagio nei Pronto Soccorso della regione torna a colorarsi di rosso. Ma la vera anomalia, ormai diventata consuetudine, è il fenomeno della “migrazione interna”: cittadini della Capitale o dell’hinterland che, davanti a codici minori o a urgenze non pericolose per la vita, preferiscono mettersi alla guida verso le strutture di provincia nella speranza di dimezzare le ore di attesa.

La fuga dai grandi hub romani

Il copione si ripete identico a ogni monitoraggio della rete ospedaliera. Strutture storiche come il Policlinico Umberto I, il San Camillo o il Gemelli si trovano quotidianamente a gestire flussi di accessi che superano di gran lunga la capacità ricettiva dei reparti. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque abbia varcato quelle porte: barelle stipate nei corridoi, personale sanitario ridotto allo stremo e tempi di attesa che per un codice bianco o verde possono tranquillamente superare le dieci o dodici ore.

È in questo imbuto organizzativo che scatta il passaparola digitale e familiare. “Se vai a Civitavecchia fai prima”, “prova a scendere verso Tivoli”, “sali a Rieti o scendi a Frosinone”. La scelta di prendere l’autostrada o la statale per farsi medicare un trauma leggero o per una visita di controllo che non trova spazio nella medicina territoriale non è più un caso isolato, ma una strategia di sopravvivenza del paziente. Un paradosso logistico che finisce per sovraccaricare anche i presidi di provincia, nati per servire bacini d’utenza decisamente più ridotti.

Il nodo dei posti letto e il fallimento del filtro territoriale

Addossare la colpa esclusivamente al personale di prima linea sarebbe un errore grossolano e ingeneroso. Il vero blocco dei Pronto Soccorso non avviene in ingresso, ma in uscita. Medici e infermieri triagisti fanno quello che possono, ma quando un paziente ha bisogno di un ricovero e non ci sono posti letto disponibili nei reparti di degenza, quella persona resta bloccata su una barella in corsia. Diventa così un “paziente fantasma” che assorbe risorse e spazio, rallentando la presa in carico di chi arriva dopo.

Il grande assente resta il filtro della medicina del territorio. Le Case della Salute e i medici di medicina generale, che nelle intenzioni dei piani di rientro e delle riforme avrebbero dovuto intercettare i codici meno gravi prima che questi intasassero gli ospedali, faticano a coprire le richieste per mancanza di personale e di orari di apertura flessibili, soprattutto nei fine settimana. Se l’unica risposta accessibile h24 a un cittadino che sta male resta il Pronto Soccorso, il collasso del sistema diventa matematico.

Le prospettive per i mesi caldi (della crisi)

Le soluzioni tampone messe in campo negli ultimi anni, dai cruscotti digitali per monitorare i flussi in tempo reale ai bandi per l’acquisto di prestazioni da privati accreditati per alleggerire i letti, si sono rivelate utili ma non strutturali. La sanità laziale sconta anni di commissariamenti, blocchi del turn-over e una carenza di medici d’urgenza che rende i concorsi pubblici per i Pronto Soccorso quasi sempre deserti: nessuno vuole più lavorare in un reparto che assomiglia a una trincea.

Senza un piano straordinario di assunzioni e una reale apertura della medicina di prossimità, il diritto alla salute nel Lazio continuerà a dipendere dalla fortuna, dalla pazienza e, per chi se lo può permettere, dai chilometri di carburante disposti a consumare. Nel frattempo, la periferia continua a fare da valvola di sfogo alla Capitale, in un equilibrio precario che rischia di spezzarsi alla prima vera ondata influenzale dell’inverno.

Piero Fusaglia

redazione
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