Aggressioni ai docenti, Palma: «Colpire un insegnante significa colpire lo Stato». Da Roma la sfida per restituire autorevolezza alla scuola
Al convegno della Gilda degli Insegnanti il direttore de La Voce della Scuola porta il tema della violenza oltre la dimensione della cronaca: «Quando viene aggredito un insegnante viene colpito un pezzo dello Stato». Il richiamo a Calamandrei, l’impegno iniziato in Senato nel 2023 e la nuova iniziativa del 14 ottobre a Napoli. Nel confronto romano le analisi di Gratteri, Mieli, Bolzan, Fundarò e Ficara convergono sulla necessità di restituire forza alla funzione docente.
ROMA – La domanda non è soltanto come proteggere un insegnante dopo un’aggressione. La questione, ancora più profonda, è capire che cosa accade alla scuola quando chi rappresenta quotidianamente la sua funzione educativa perde riconoscimento, viene delegittimato o diventa bersaglio di violenza.
È attorno a questa prospettiva che Diego Palma, docente e direttore de La Voce della Scuola, ha costruito il proprio intervento al convegno “Aggressioni e Patto Scuola-Famiglia: per una nuova centralità della funzione docente nell’Istituzione scolastica”, organizzato dalla Gilda degli Insegnanti insieme all’Associazione Docenti Articolo 33 il 5 ottobre a Roma, in occasione della Giornata mondiale dell’insegnante.
Una riflessione che ha portato il direttore a formulare uno dei messaggi più incisivi della giornata:
«Quando un insegnante viene aggredito, fisicamente o verbalmente, non viene colpita soltanto una persona: viene colpita la funzione educativa, viene ferita l’autorevolezza della scuola e, con essa, un pezzo dello Stato».
Nelle parole di Palma il problema cambia così prospettiva. L’aggressione non è più soltanto un episodio che coinvolge una vittima e un aggressore, né può essere confinata all’interno delle mura dell’istituto nel quale si verifica. Diventa un problema pubblico perché investe direttamente una delle funzioni attraverso le quali lo Stato forma i cittadini.
Dal singolo insegnante alla funzione pubblica della scuola
È proprio questo passaggio a caratterizzare l’intervento del direttore de La Voce della Scuola.
La tutela del docente, nella sua analisi, non può essere separata dalla tutela dell’istituzione che quel docente rappresenta ogni volta che insegna, valuta, stabilisce una regola, corregge un comportamento o assume una decisione educativa.
Palma ha richiamato in questo senso Piero Calamandrei e la sua concezione della scuola come «organo costituzionale» e «organo vitale della democrazia».
Non una citazione utilizzata come semplice riferimento storico, ma il punto di partenza di una precisa interpretazione del presente.
Se alla scuola viene riconosciuta una funzione essenziale per la vita democratica, allora l’insegnante non può essere lasciato solo quando quella funzione viene contestata attraverso l’intimidazione o la violenza.
«Dobbiamo tornare a considerarla fattivamente come tale», ha sottolineato Palma. Perché «difendere un docente significa difendere un’istituzione dello Stato».
Una battaglia che per Palma parte dal 2023
L’intervento romano si inserisce in un percorso che La Voce della Scuola porta avanti da tempo.
Palma ha ricordato la sua audizione del marzo 2023 davanti alla VII Commissione del Senato, nell’ambito dell’Affare assegnato n. 67 sul contrasto ai crescenti episodi di violenza nei confronti degli insegnanti e del personale scolastico.
A distanza di oltre tre anni, il tema resta aperto. Ma il punto indicato dal direttore è soprattutto un altro: continuare a discutere di aggressioni soltanto quando un episodio conquista le cronache significa arrivare inevitabilmente tardi.
La vera sfida è riconoscere ciò che precede la violenza.
Il deterioramento del dialogo, la delegittimazione di chi insegna, la difficoltà di accettare una valutazione negativa, il conflitto tra adulti, la perdita del significato del limite possono costituire il terreno sul quale una tensione inizialmente verbale finisce per assumere forme più gravi.
È in questo spazio, prima dell’emergenza, che secondo Palma la scuola e le istituzioni devono imparare a intervenire.
Dopo Roma, Napoli: il 14 ottobre un nuovo confronto
Da questa impostazione nasce anche il prossimo appuntamento annunciato durante il convegno.
Il 14 ottobre, nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino di Napoli, La Voce della Scuola, insieme a OggiScuola e al presidente di FederIstruzione, promuoverà una nuova iniziativa dedicata alla prevenzione e alla gestione della violenza negli istituti italiani.
La scelta è quella di mettere a confronto soggetti che troppo spesso affrontano il problema separatamente: studenti, insegnanti, istituzioni ed esperti.
Palma lo ha sintetizzato con una frase che indica anche la direzione del prossimo incontro:
«Non possiamo ricordarci della violenza soltanto il giorno dopo un’aggressione: dobbiamo avere la capacità di prevenirla prima che accada».
Sono stati invitati anche il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e la sottosegretaria Paola Frassinetti. Quest’ultima, secondo quanto annunciato da Palma, ha già assicurato un proprio contributo a distanza.
Roma, dunque, non rappresenta per La Voce della Scuola la conclusione di una discussione, ma una tappa di un percorso destinato a proseguire.
Gratteri e Palma, due strade che conducono alla prevenzione
Proprio la parola prevenzione ha costituito uno dei punti di incontro più evidenti tra l’intervento di Palma e quello del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nicola Gratteri.
Il magistrato ha spostato l’attenzione molto indietro rispetto al momento nel quale si verifica materialmente un comportamento violento.
La risposta, nella sua analisi, non può essere affidata esclusivamente all’inasprimento delle conseguenze. Occorre intervenire quando bambini e ragazzi stanno ancora costruendo il proprio rapporto con le regole, con gli adulti, con la frustrazione e con la responsabilità.
Famiglia, scuola, tempo educativo e conoscenza diventano quindi strumenti di prevenzione.
La convergenza con il ragionamento di Palma emerge proprio qui: proteggere il docente dopo un’aggressione è indispensabile; costruire condizioni nelle quali quell’aggressione abbia meno probabilità di verificarsi è il passaggio successivo che il sistema scolastico è chiamato ad affrontare.
Mieli: l’aggressione può iniziare molto prima della violenza
Anche Paolo Mieli ha contribuito ad allargare il campo.
La perdita di autorevolezza, nella sua riflessione, non si misura soltanto attraverso gli episodi più clamorosi. Può manifestarsi nella pressione quotidiana, nella contestazione continua e nella difficoltà di riconoscere all’insegnante il ruolo di adulto e di professionista della conoscenza.
È un cambiamento culturale prima ancora che disciplinare.
Quando al docente viene implicitamente richiesto di rendere sempre gradevole l’esperienza scolastica, di non produrre frustrazioni o di soddisfare aspettative che appartengono più alla logica del servizio che a quella dell’educazione, il rapporto tra insegnamento e apprendimento rischia di deformarsi.
Da qui il richiamo a una scuola che non diventi un’arena permanente, ma conservi la capacità di offrire ciò che altrove diventa sempre più difficile trovare: studio, ascolto, concentrazione, confronto e possibilità di mettere in discussione le proprie convinzioni.
Bolzan: quando la paura entra nella libertà di insegnare
La criminologa e psicologa Flaminia Bolzan ha aggiunto un ulteriore elemento: che cosa succede professionalmente a un insegnante quando la possibilità del conflitto diventa una presenza costante?
Il problema non riguarda soltanto le conseguenze psicologiche successive a un’aggressione.
Esiste un effetto più difficile da osservare: il docente che teme reazioni, pressioni o contestazioni può progressivamente modificare il proprio modo di esercitare la professione.
Una valutazione può diventare più prudente. Una decisione disciplinare può essere evitata. Una situazione conflittuale può essere lasciata scorrere pur di non esporsi.
È il rischio di una didattica condizionata dalla paura, nella quale la perdita di autorevolezza finisce per incidere anche sulla libertà professionale.
La tutela del docente assume quindi un significato ulteriore: significa garantire che possa svolgere il proprio lavoro senza dover calcolare preventivamente il costo personale di ogni decisione educativa.
Ficara: se la scuola diventa un’azienda cambia anche il ruolo dell’insegnante
A interrogarsi sulle radici organizzative e culturali della crisi è stato anche Lucio Ficara, docente ed esperto di normativa scolastica de La Tecnica della Scuola.
Il suo intervento ha introdotto un’altra domanda: quanto pesa il modello con cui negli ultimi anni abbiamo imparato a pensare e organizzare la scuola?
Ficara ha affrontato il tema delle risorse, ma soprattutto quello della loro destinazione, criticando una proliferazione di attività che, nella sua lettura, rischia di sottrarre attenzione alla funzione curricolare.
Il punto non è negare il valore delle opportunità aggiuntive. È stabilire una gerarchia.
La scuola, secondo Ficara, deve continuare ad avere nella conoscenza e nel percorso culturale degli studenti la propria ragione fondamentale. E all’interno di quella missione il docente non può diventare una figura periferica.
È in questo contesto che Ficara ha utilizzato una delle immagini più forti del suo intervento, parlando di un sistema che rischia di vedere «la scuola come un’azienda, i docenti come commessi e i genitori come clienti».
La metafora è volutamente provocatoria, ma individua una questione precisa.
Se l’istituto entra in una logica nella quale deve competere per ottenere iscrizioni e la famiglia assume progressivamente il peso del cliente da soddisfare, il rapporto educativo rischia di essere alterato alla radice.
Chi insegna deve poter anche dire no. Deve poter valutare negativamente. Deve poter chiedere impegno. Deve poter stabilire un confine.
Sono azioni difficilmente compatibili con un modello puramente commerciale della relazione.
Da qui la conclusione di Ficara: «La nostra scuola sta scadendo, l’unica ricetta è la centralità dell’insegnante».
Palma e Ficara: due letture dello stesso problema
È proprio mettendo in relazione gli interventi di Palma e Ficara che emerge uno degli aspetti più interessanti del confronto romano.
I due ragionamenti partono da punti differenti.
Palma guarda alla dimensione istituzionale: l’insegnante esercita una funzione pubblica e colpirlo significa ferire l’autorevolezza della scuola e quindi una parte dello Stato.
Ficara guarda invece alla trasformazione interna del sistema: se il docente perde progressivamente spazio professionale e la relazione con le famiglie assume caratteristiche sempre più vicine a quelle tra cliente e fornitore, l’autorevolezza educativa rischia di consumarsi prima ancora che emerga il conflitto.
Il punto di arrivo, però, è comune.
Non si può chiedere rispetto per l’insegnante soltanto nel momento in cui viene aggredito. Il riconoscimento deve esistere ogni giorno, dentro l’organizzazione della scuola, nelle relazioni con le famiglie, nelle decisioni professionali e nel valore attribuito socialmente alla conoscenza.
Fundarò: trasformare la tutela in procedure concrete
Il contributo di Antonio Fundarò, docente e vicedirettore di Orizzonte Scuola, ha portato la discussione sul terreno operativo.
Dalla prospettiva di una testata che raccoglie quotidianamente segnalazioni provenienti dal mondo scolastico è emersa l’esigenza di rendere immediatamente comprensibile ciò che deve accadere quando un lavoratore subisce minacce, intimidazioni o aggressioni.
Tra le indicazioni formulate, quella di un protocollo nazionale operativo capace di definire responsabilità, procedure, tutela legale e sostegno.
La questione, in altre parole, è trasformare il principio della vicinanza istituzionale in una sequenza concreta di azioni.
Perché dire a un docente che non è solo ha valore soltanto se, quando l’emergenza arriva, esiste davvero qualcuno che sa cosa fare.
Anche il Patto educativo di corresponsabilità entra così in una prospettiva differente: non un foglio da sottoscrivere all’inizio dell’anno, ma un accordo che deve dimostrare la propria efficacia soprattutto quando nasce il conflitto.
Palma a Valditara: la centralità passa anche dai professionali
Il direttore de La Voce della Scuola ha utilizzato il suo intervento anche per aprire un secondo fronte, quello degli istituti professionali e in particolare degli alberghieri.
Rivolgendosi al ministro Giuseppe Valditara, Palma ha riconosciuto gli interventi messi in campo negli ultimi anni dopo una lunga fase di immobilismo, chiedendo però un’attenzione ulteriore per questo settore dell’istruzione.
Il tema lo coinvolge direttamente anche come portavoce del Manifesto “Salviamo gli Alberghieri”, esperienza dalla quale è nato il progetto degli Stati Generali degli Istituti Alberghieri.
La questione posta è sostanziale: una nuova denominazione non è sufficiente se non cambia ciò che gli studenti e gli insegnanti trovano concretamente dentro la scuola.
Per Palma occorre recuperare ciò che gli istituti alberghieri hanno progressivamente perduto nel corso degli ultimi vent’anni: identità, laboratori, centralità e riconoscimento.
Anche qui ritorna, sotto un’altra forma, il tema che ha attraversato l’intero convegno: l’autorevolezza non nasce dalle definizioni. Ha bisogno di condizioni concrete.
Tre testate scolastiche attorno allo stesso tavolo
La giornata romana ha avuto anche una caratteristica meno consueta: il mondo dell’informazione scolastica non è rimasto fuori dalla sala a osservare e raccontare.
Con Diego Palma per La Voce della Scuola, Antonio Fundarò per Orizzonte Scuola e Lucio Ficara per La Tecnica della Scuola, tre esperienze dell’informazione di settore sono entrate direttamente nel confronto.
Palma ha voluto sottolineare questa scelta ringraziando Vito Carlo Castellana, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, e l’organizzazione sindacale.
Il significato attribuito dal direttore a questa apertura è racchiuso nelle sue parole:
«Dare spazio all’informazione non significa cedere la parola: significa moltiplicare le voci, rendere trasparente il confronto e impedire che i problemi della scuola restino chiusi dentro le sue aule».
È un’affermazione che attribuisce alla stampa scolastica una responsabilità ulteriore.
Non soltanto raccontare l’aggressione quando è già avvenuta, ma tenere aperta la discussione quando l’emergenza mediatica è terminata; interrogare le istituzioni; confrontare le proposte; dare voce a chi lavora negli istituti e verificare se gli strumenti annunciati producono conseguenze reali.
L’autorevolezza si costruisce prima dell’emergenza
Alla fine della giornata, il tema delle aggressioni ha finito così per aprire una discussione molto più grande della violenza stessa.
Perché prima dello schiaffo può esserci una parola.
Prima della minaccia può esserci una delegittimazione.
Prima dello scontro può esserci un adulto che non riconosce più nell’altro adulto un interlocutore educativo.
E prima della solitudine del docente aggredito può esserci un sistema che non gli ha fatto percepire abbastanza chiaramente di essere parte di un’istituzione.
È qui che le diverse voci ascoltate a Roma trovano un terreno comune.
Gratteri richiama la prevenzione e l’educazione al limite. Mieli interroga la trasformazione culturale del rapporto con chi insegna. Bolzan mostra gli effetti che la paura può produrre sulla libertà professionale. Ficara mette sotto osservazione un modello organizzativo che rischia di spostare il docente ai margini. Fundarò chiede che la solidarietà diventi procedura e tutela concreta.
Palma porta queste domande sul piano istituzionale.
Ed è forse questa la chiave più precisa per leggere il suo intervento: la violenza contro un insegnante non comincia e non finisce con l’atto violento.
Comincia quando la funzione educativa perde riconoscimento.
E contrastarla significa certamente intervenire contro chi aggredisce, ma anche costruire una scuola nella quale chi insegna sappia di avere alle proprie spalle una comunità, regole riconoscibili e istituzioni presenti.
Per questo la frase pronunciata da Palma a Roma assume un significato che supera il singolo convegno: «Quando un insegnante viene aggredito viene colpito un pezzo dello Stato».
Non è soltanto una richiesta di maggiore protezione.
È una richiesta di riconoscimento.
Perché restituire autorevolezza agli insegnanti significa restituire autorevolezza alla scuola. E, nelle parole con cui Palma ha chiuso il proprio intervento, «una scuola che torna ad avere voce è una scuola che torna ad avere autorevolezza».

