Doping, testosterone e sostanze utilizzate per migliorare le prestazioni: con Luca Baiera prosegue la nuova collana della rubrica Salute del Giornale del Lazio, dedicata al rapporto tra movimento, benessere e responsabilità.
Un farmaco prescritto per curare una malattia può contenere una sostanza vietata nello sport agonistico. E una sostanza utilizzata per migliorare le prestazioni può esporre chi la assume a conseguenze anche gravi per la salute.
È da questa distinzione che parte il terzo appuntamento della nuova collana della rubrica Salute del Giornale del Lazio, realizzata con il contributo del dottore Luca Baiera, laureato in Scienze Motorie con indirizzo biosanitario e Master universitario in Posturologia. Dopo aver affrontato il rapporto tra movimento e fibromialgia, questa volta ci occupiamo di doping, abuso farmacologico e responsabilità di chi pratica sport, a livello professionistico ma anche amatoriale.
Il tema riguarda non soltanto gli atleti sottoposti ai controlli antidoping, ma anche chi frequenta palestre e ambienti sportivi nei quali la ricerca di risultati rapidi può favorire comportamenti rischiosi. Il documento elaborato da Baiera richiama l’attenzione su farmaci assunti senza necessità terapeutica, dosaggi eccessivi, associazioni pericolose e assenza di controllo medico.
Sono situazioni differenti, che non coincidono necessariamente con una violazione antidoping, ma che possono mettere in pericolo la salute. Nello sport regolamentato, inoltre, la valutazione di una sostanza dipende dalle norme applicabili e dalla Lista delle sostanze e dei metodi proibiti, aggiornata annualmente dalla World Anti-Doping Agency.
Dottor Baiera, partiamo da una distinzione fondamentale: quando un farmaco è una cura e quando il suo utilizzo diventa un rischio per chi pratica sport?
«Un farmaco nasce per rispondere a una necessità terapeutica, non per diventare una scorciatoia verso una prestazione migliore. Quando viene utilizzato senza una reale indicazione medica, magari per aumentare forza, massa muscolare o capacità di recupero, si entra in un ambito completamente diverso. Il rischio riguarda la salute della persona e, nello sport regolamentato, anche il rispetto delle norme antidoping.»
Quali sono i comportamenti che la preoccupano maggiormente?
«Mi riferisco soprattutto all’assunzione di sostanze non necessarie, all’impiego di dosaggi eccessivi, alle combinazioni farmacologiche pericolose e alla mancanza di monitoraggio medico. Si può pensare di ottenere un vantaggio immediato senza considerare le conseguenze sull’organismo. Il fatto che un farmaco abbia un impiego terapeutico non significa che sia sicuro utilizzarlo per finalità differenti.»
Nel suo approfondimento affronta la terapia sostitutiva con testosterone, conosciuta come TRT. Di che cosa si tratta?
«La TRT è una terapia medica che può essere prescritta in presenza di specifiche condizioni cliniche, come determinate forme di ipogonadismo. Non dovrebbe essere confusa con l’assunzione di testosterone da parte di persone sane per aumentare artificialmente le prestazioni. La valutazione della necessità del trattamento, degli esami e degli eventuali rischi spetta al medico specialista.»
Ma un atleta che assume testosterone su prescrizione medica è automaticamente in regola con le norme antidoping?
«No. Bisogna distinguere la necessità sanitaria dalle regole che disciplinano l’attività agonistica. Il testosterone rientra tra le sostanze proibite e un atleta soggetto ai controlli antidoping deve verificare le procedure previste per un eventuale utilizzo terapeutico, comprese quelle relative all’esenzione a fini terapeutici. La sola prescrizione non costituisce automaticamente un’autorizzazione sportiva.»
Oltre al testosterone, nel suo contributo cita insulina, eritropoietina, ormone della crescita, diuretici e beta-bloccanti. Quali rischi comporta il loro impiego improprio?
«Parliamo di sostanze differenti, alcune delle quali sono fondamentali per trattare specifiche malattie. Il problema nasce quando vengono utilizzate fuori dalle indicazioni mediche, nella convinzione di poter migliorare una prestazione. Un uso improprio dell’insulina può provocare ipoglicemie molto gravi; l’eritropoietina può aumentare il rischio di complicanze cardiovascolari e trombotiche; i diuretici possono causare disidratazione e squilibri elettrolitici. Anche l’abuso dell’ormone della crescita comporta rischi metabolici e cardiovascolari. Non bisogna dimenticare che i divieti antidoping variano anche in base alla sostanza e, in alcuni casi, alla disciplina sportiva.»
Nel testo parla anche di doping genetico. È un problema che riguarda soltanto il futuro dello sport?
«Il doping genetico rappresenta un ambito particolarmente delicato perché riguarda interventi sui meccanismi biologici coinvolti nelle prestazioni. Non parliamo più soltanto dell’assunzione impropria di un farmaco, ma anche di possibili interventi su geni e cellule. Sono pratiche proibite dalle regole antidoping e il loro impiego per migliorare artificialmente la prestazione solleva problemi importanti, sia sul piano della sicurezza sia su quello dell’etica sportiva.»
Il doping viene spesso associato ai grandi campioni e alle competizioni internazionali. Ma il problema riguarda anche chi frequenta una palestra senza partecipare a gare?
«Certamente. Una persona che non partecipa a competizioni ufficiali potrebbe non essere soggetta ai controlli antidoping previsti per gli atleti, ma questo non elimina i rischi per la salute. L’assunzione di farmaci per ottenere rapidamente un determinato risultato fisico può essere pericolosa anche nello sport amatoriale. Non dobbiamo confondere l’assenza di un controllo sportivo con la sicurezza di ciò che viene assunto.»
Quale consiglio darebbe a chi viene avvicinato con la promessa di migliorare rapidamente forza, massa muscolare o recupero attraverso determinate sostanze?
«Di non assumere farmaci sulla base dei consigli ricevuti in palestra, sui social o attraverso canali commerciali. La ricerca di un risultato estetico o sportivo non giustifica l’autoprescrizione. Se esiste un problema di salute, bisogna rivolgersi al medico; se l’obiettivo è migliorare la propria condizione fisica, occorre lavorare su un programma di allenamento appropriato, senza ricorrere a scorciatoie farmacologiche.»
Dopo aver affrontato la fibromialgia e il rapporto tra sport e sistema immunitario, con questo terzo appuntamento arriviamo al tema della prestazione e dei suoi limiti. Qual è il messaggio che vorrebbe lasciare ai lettori?
«Che la salute non dovrebbe essere sacrificata per ottenere un risultato sportivo. Allenarsi significa conoscere le proprie possibilità, rispettare i tempi di adattamento dell’organismo e costruire i miglioramenti con continuità. I farmaci devono rimanere strumenti di cura, utilizzati quando sono realmente necessari e secondo le indicazioni mediche. La prestazione non può diventare una ragione per mettere a rischio il proprio organismo.»
Con questo terzo appuntamento prosegue la collaborazione con Luca Baiera all’interno della rubrica Salute del Giornale del Lazio. Dopo la fibromialgia e il rapporto tra attività fisica e sistema immunitario, il tema del doping porta l’attenzione su una questione che riguarda anche lo sport amatoriale: riconoscere i rischi dell’uso improprio dei farmaci e comprendere che una sostanza prescritta per ragioni cliniche non è automaticamente consentita in competizione.
Per chi si allena, la distinzione è concreta: migliorare le proprie prestazioni non richiede di assumere medicinali senza indicazione medica.

