
Il nuovo anno riporta milioni di studenti tra i banchi. Lingue, mobilità e formazione europea, però, restano opportunità molto diverse a seconda del Paese, della scuola e delle possibilità familiari.
La scuola italiana ha problemi che vengono prima di qualsiasi discorso sull’Europa: divari territoriali, competenze di base, dispersione, strutture, personale, stipendi spesso poco competitivi e una precarietà che continua a segnare la vita di molti insegnanti. Ignorare tutto questo per immaginare una scuola più internazionale sarebbe poco credibile. Ma sarebbe altrettanto miope rinunciare a pensare al futuro: mentre si affrontano le carenze di oggi, bisogna preparare i ragazzi a un mondo in cui lingue, mobilità e capacità di vivere e lavorare in Europa conteranno sempre di più.
È da questa consapevolezza che nasce questo numero di Lasciato Indietro. Non per mettere l’Europa davanti ai problemi quotidiani della scuola, ma per evitare che, mentre proviamo a ridurre le disuguaglianze del presente, se ne apra una nuova: quella tra chi potrà prepararsi alle opportunità di domani e chi rischierà di restare ancora una volta indietro.
La scuola riparte in Europa, ma le condizioni di partenza restano molto diverse. Con l’avvicinarsi del nuovo anno scolastico, milioni di studenti tornano tra i banchi mentre l’Unione europea continua a indicare nelle lingue, nella mobilità e nella capacità di studiare oltre i confini nazionali strumenti sempre più importanti per le nuove generazioni. È proprio qui che emerge il nodo: tra cittadinanza europea dichiarata e opportunità reali continuano a pesare il Paese in cui si studia, il percorso frequentato e le possibilità economiche della famiglia.
È una questione che entra direttamente nel percorso di Lasciato Indietro. La rubrica osserva proprio la distanza che può crearsi tra un diritto riconosciuto e la possibilità concreta di esercitarlo. Nelle precedenti analisi abbiamo incontrato questa distanza nella sanità, nella disabilità, nel lavoro, nei servizi e nella famiglia. Con la scuola il problema assume una dimensione ancora diversa, perché non riguarda soltanto l’accesso a qualcosa che esiste oggi: può condizionare gli strumenti con cui un ragazzo affronterà il proprio futuro.
Questa riflessione nasce anche da un’esperienza personale, che considero un punto di osservazione e non una prova generale. Come padre e come cittadino europeo ho trascorso circa dieci anni della mia vita professionale all’estero, in parte insieme alla famiglia. Ho visto quanto conoscere le lingue, confrontarsi quotidianamente con culture differenti e imparare a muoversi fuori dal proprio Paese possa incidere sulle opportunità di un giovane. Nella mia esperienza familiare abbiamo scelto anche un percorso scolastico internazionale e ne abbiamo sostenuto direttamente i costi. È stata una possibilità che abbiamo avuto, ed è proprio questa parola, possibilità, a spostare la riflessione dal piano personale a quello collettivo.
I dati europei aiutano a capire perché. Secondo Eurostat, nel 2024 il 59,3% degli studenti dell’istruzione secondaria superiore generale nell’Unione europea studiava almeno due lingue straniere. Nei percorsi professionali la quota scendeva al 35,4%. Dietro la media europea, inoltre, esistono differenze molto ampie: nei percorsi generali Francia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia superavano il 98%, mentre Spagna, Irlanda e Portogallo rimanevano sotto il 20%. La fonte è Eurostat, nell’ambito della raccolta europea dei dati sull’istruzione e sull’apprendimento delle lingue.
Questi numeri non autorizzano classifiche sulla qualità complessiva delle scuole dei diversi Paesi e non dimostrano che studiare più lingue produca automaticamente migliori opportunità professionali. Dicono però qualcosa di molto concreto: l’esposizione scolastica alle lingue straniere non è uniforme nell’Unione europea. Di conseguenza, essere cittadini dello stesso spazio politico ed economico non significa necessariamente arrivare alla fine della scuola con strumenti linguistici comparabili.
La distinzione è importante anche per evitare un altro equivoco. Studiare due lingue straniere non equivale a frequentare una scuola internazionale. Un percorso internazionale comprende programmi, metodologie ed esperienze che possono essere molto differenti tra loro. Tuttavia, la conoscenza delle lingue rappresenta una delle condizioni che consentono a uno studente di cogliere più facilmente opportunità formative oltre il proprio Paese.
Non si tratta, peraltro, di un obiettivo estraneo alle politiche europee. Il multilinguismo è da tempo parte della strategia dell’Unione e l’apprendimento delle lingue viene collegato alla mobilità, alla formazione e alla possibilità di partecipare pienamente allo spazio europeo dell’istruzione. Anche Erasmus+ sostiene mobilità di studenti e personale, cooperazione tra istituti e sviluppo delle competenze linguistiche.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: quanto di questa preparazione deve continuare a dipendere dall’iniziativa e dalle disponibilità della singola famiglia?
Oggi un genitore può scegliere corsi aggiuntivi di lingua, soggiorni all’estero, esperienze formative internazionali oppure, quando ne esistono le condizioni economiche e territoriali, percorsi scolastici specifici. Sarebbe scorretto sostenere che tutto ciò sia necessariamente privato o riservato alle famiglie con redditi elevati, perché esistono programmi pubblici, progetti europei, esperienze di mobilità e opportunità offerte anche dal sistema statale. La questione è capire quanto queste possibilità siano realmente diffuse e facilmente accessibili, e quanto invece la capacità della famiglia di conoscerle, cercarle e finanziarle continui a incidere sul punto di partenza dei ragazzi.
Anche il tema fiscale merita cautela. In Italia le spese per la frequenza delle scuole appartenenti al sistema nazionale di istruzione possono beneficiare, alle condizioni previste dalla normativa, di una detrazione del 19%. Dal 2025, tuttavia, il tetto della spesa sul quale viene calcolata l’agevolazione è di 1.000 euro l’anno per ciascun alunno o studente: significa, in termini ordinari, una detrazione massima teorica di 190 euro. Per una famiglia che sostenga rette scolastiche di molte migliaia di euro, dunque, la distanza tra la spesa effettiva e quella fiscalmente considerata può essere molto ampia. Nel caso delle scuole internazionali, inoltre, non è possibile generalizzare: occorre verificare lo status giuridico del singolo istituto e la natura delle somme pagate. È proprio questa distanza a porre una domanda più ampia: se consideriamo strategica una formazione europea e plurilingue, quali strumenti possono renderla accessibile anche alle famiglie che non possono sostenerne autonomamente i costi?
Ma fermarsi alla detrazione significherebbe perdere il cuore del problema. Se lingue, mobilità e capacità di studiare in contesti internazionali vengono considerate strategiche per le nuove generazioni, la risposta non può essere semplicemente aiutare a pagare una scuola privata a chi ha già scelto di frequentarla. La questione sociale è esattamente opposta: capire come portare una parte sempre maggiore di quelle opportunità dentro un sistema educativo accessibile indipendentemente dal reddito familiare.
Si potrebbe discutere, per esempio, di un rafforzamento dell’insegnamento effettivo delle lingue, di maggiori scambi tra scuole europee, di periodi di studio all’estero sostenuti sulla base delle condizioni economiche degli studenti e di percorsi plurilingui più diffusi. Allo stesso modo, eventuali borse o strumenti economici destinati a specifiche esperienze formative potrebbero essere costruiti privilegiando chi, senza quel sostegno, ne rimarrebbe escluso. Sarebbe un modo per trasformare un’opportunità oggi distribuita in maniera diseguale in una possibilità più ampia.
C’è però un altro soggetto senza il quale qualsiasi progetto rischierebbe di rimanere sulla carta: gli insegnanti. Una formazione realmente europea non nasce traducendo qualche lezione in inglese né aumentando meccanicamente le ore di lingua. Richiede docenti preparati, continuità didattica, metodologie adeguate, possibilità di formazione e scambi professionali. Anche Erasmus+ prevede attività di mobilità e sviluppo professionale per il personale scolastico, proprio perché l’internazionalizzazione dell’istruzione passa necessariamente attraverso chi ogni giorno entra in classe.
Tutto questo non significa immaginare una scuola identica a Roma, Parigi, Berlino o Varsavia. Le identità nazionali non sono un ostacolo alla costruzione europea, ne costituiscono una parte essenziale. Lingua italiana, letteratura, storia e cultura del nostro Paese non devono essere sacrificate per formare cittadini europei. La sfida è aggiungere strumenti comuni che permettano ai ragazzi di attraversare quelle differenze senza esserne limitati.
Ed è qui che l’esperienza personale da cui sono partito trova il proprio limite e, forse, anche la sua utilità. Aver potuto scegliere per la propria famiglia un determinato percorso non dimostra che quel modello sia migliore né che debba essere replicato per tutti. Permette però di formulare una domanda: perché alcune opportunità considerate importanti per il futuro europeo devono dipendere ancora così tanto dalla capacità della famiglia di trovarle e sostenerle?
È una domanda che riguarda direttamente Lasciato Indietro. Si può rimanere indietro quando un servizio manca, quando una cura non è accessibile o quando una condizione economica impedisce di esercitare pienamente un diritto. Ma esiste anche una forma meno evidente di distanza: avere davanti la stessa opportunità e non possedere gli stessi strumenti per raggiungerla.
L’inizio dell’anno scolastico può allora diventare l’occasione per allargare lo sguardo. Continueremo giustamente a discutere di edifici, insegnanti, libri, trasporti e organizzazione delle lezioni, perché sono problemi concreti delle famiglie. Accanto a questi, però, possiamo cominciare a chiederci quali competenze stiamo consegnando oggi ai ragazzi che tra dieci o quindici anni dovranno studiare, lavorare e vivere in un continente nel quale conoscere lingue e culture diverse sarà sempre meno un vantaggio accessorio.
Non serve promettere una nuova scuola europea dall’oggi al domani. Serve stabilire quale distanza vogliamo ridurre e quali strumenti pubblici possano farlo senza creare nuovi privilegi. Perché il rischio di essere lasciati indietro può cominciare molto prima del momento in cui ce ne accorgiamo: comincia quando un’opportunità esiste per tutti sulla carta, ma raggiungerla rimane molto più semplice per alcuni che per altri.
In attesa del nuovo messaggio del presidente Sergio Mattarella per l’apertura dell’anno scolastico 2026-2027, resta attuale il richiamo dello scorso anno a una scuola capace di offrire a ragazzi e insegnanti un nuovo inizio, seminando conoscenza, responsabilità e possibilità di futuro.
La rubrica Lasciato Indietro prosegue il percorso di osservazione sociale nato dall’omonima opera di Dino Tropea, pubblicata da Armando Editore. Dalla narrazione delle fragilità individuali all’analisi dei fenomeni collettivi, la domanda rimane la stessa: capire dove, mentre la società cambia, qualcuno rischia di non riuscire a seguirne il passo.
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