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La peste suina spaventa la cinta senese, idea: 10 maiali al sicuro sull’isola di Pianosa, nel carcere

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Per proteggere il “futuro della specie” si fa strada l’idea di trasferire sull’isola di Pianosa 11 maiali che vivrebbero isolati in un recinto protetto all’interno dell’area del carcere

di Carlandrea Poli

FIRENZE – La diffusione della peste suina africana si sta rivelando un rischio mortale per l’intera specialità della cinta senese, il suino toscano autoctono simbolo della biodiversità. Il Consorzio di tutela intravede uno scenario spaventoso di estinzione entro pochi anni. A meno che non si adottino soluzioni efficaci. E l’organismo ne propone due: un progetto di conservazione sull’isola di Pianosa e l’apertura in tempi brevi dei centri genetici dedicati. Fin da subito, però, va fermata la proliferazione dei cinghiali.

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A PIANOSA PER “GARANTIRE UN FUTURO ALLA SPECIE”

“Sono tra le uniche vie concrete oggi disponibili per garantire un futuro alla razza”, viene argomentato dal consorzio. Secondo cui le proposte vanno intese in modo unitario come la sola strategia in grado di mettere in sicurezza la specialità senese. L’idea di Pianosa si svilupperebbe in sostanza con il trasferimento di un nucleo ristretto di riproduttori, nove scrofe e due verri, in un’area completamente confinata all’interno della struttura carceraria dell’isola dove si può contare su recinzioni, protocolli rigidi di ingresso e uscita per persone e mezzi, misure di biosicurezza rafforzata certificate da audit dell’Asl secondo i protocolli europei ClassyFarm. Non ci sarebbe alcun contatto con la vegetazione e la fauna circostanti. In sostanza non si tratterebbe di un pascolo libero, ma di un trasferimento in un ambiente confinato e controllato per non compromettere la biodiversità. Sui futuri centri genetici, invece, la richiesta del consorzio è di accelerarne l’istituzione per costruire nuclei di riproduttori al riparo dal rischio sanitario e garantire la continuità della razza anche in caso di focolai epidemici.

“VANNO TUTELATI ANCHE GLI ALLEVATORI”

L’urgenza nasce, fra le altre cose, dal quadro normativo stringente che impone l’abbattimento di interi allevamenti anche solo dopo il rilevamento di un cinghiale infetto nei paraggi. Diventa dunque prioritario intervenire per ottenere un depopolamento dei cinghiali nelle aree Cev, le zone di controllo dove si concentra il rischio di diffusione del virus verso il Centro Italia. Tale obiettivo andrebbe perseguito, a parere del consorzio, con l’applicazione rigorosa dei piani già previsti. D’altra parte finire in una zona di restrizione significa per gli allevatori vedere fortemente deprezzati, di punto in bianco, i propri capi di bestiame. In sostanza la richiesta alla Regione e al governo è di coordinare le azioni di contenimento e l’implementazione di un sistema di risarcimento che rifletta il valore reale della cinta senese. “Mettere in salvo la razza non basta se non mettiamo in salvo anche chi la alleva- sintetizza il concetto il presidente del consorzio Niccolò Savigni- norme sempre più restrittive e risarcimenti scollegati dal valore reale della cinta senese rischiano di far chiudere gli allevamenti prima ancora che arrivi un contagio. Per questo lavoriamo su due fronti paralleli: i nuclei di conservazione come quello di Pianosa e i centri genetici”. Ma nell’immediato, avverte Savigni, “serve anche agire sul contenimento del cinghiale nelle aree più critiche: il tempo, in questa vicenda, non è un alleato, è la variabile che stiamo perdendo”.

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