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Lasciato Indietro. Restare indietro oggi significa anche non tenere il passo

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Lasciato Indietro, Anno I numero 10 del 9 settembre 2026: grafica dedicata alle nuove disuguaglianze legate a lavoro, competenze, scuola, territori, disabilità e assistenza.
Lasciato Indietro, Anno I – Numero 10, 9 settembre 2026. La velocità del cambiamento può creare nuove distanze: non solo chi resta fuori, ma chi rischia di non avere gli strumenti per tenere il passo.

Dal 25 agosto al 9 settembre, lavoro, scuola, territori, disabilità e assistenza raccontano un fenomeno che cambia forma: restare indietro non significa più soltanto essere esclusi, ma anche faticare ad adattarsi alla velocità delle trasformazioni.

Dal 25 agosto a oggi, il filo di Lasciato Indietro continua a ricomparire in notizie molto diverse tra loro. Non sempre con lo stesso significato e non sempre nello stesso contesto. È proprio questo il punto interessante. Dopo avere osservato nei mesi scorsi chi restava fuori da cure, servizi, lavoro o diritti, le ultime settimane mostrano qualcosa di ulteriore: si può restare indietro anche quando il cambiamento corre più velocemente della possibilità di adattarsi.

La rubrica arriva a questo passaggio dopo un percorso preciso. Il 25 agosto abbiamo osservato la famiglia e la separazione, cioè cosa accade quando diritti, responsabilità e risorse devono essere ridistribuiti senza scaricare il costo del cambiamento sulla parte più fragile. Il giorno successivo siamo entrati nella scuola, dove il problema non era soltanto l’accesso formale all’istruzione, ma la diversa dotazione di strumenti con cui studenti e famiglie si preparano alle opportunità future.

Le notizie pubblicate da allora sembrano proseguire proprio su questa linea. Non dimostrano l’esistenza di una legge generale e non vanno forzate dentro una tesi precostituita. Se però vengono lette insieme, mostrano che la capacità di reagire a una crisi, imparare nuove competenze, accedere a un servizio o partecipare pienamente alla vita sociale dipende ancora molto dalle risorse di partenza.

Un esempio molto concreto arriva da Policoro, in Basilicata. Il 2 settembre una violenta tromba d’aria ha colpito il territorio provocando danni alla città, agli stabilimenti balneari e alle aziende agricole. Sei giorni dopo, Coldiretti Basilicata ha sottolineato la rapidità con cui molte imprese erano riuscite a ripristinare strutture e attività, ma ha aggiunto un elemento decisivo: non tutte disponevano delle stesse risorse per affrontare l’emergenza. Da qui l’appello perché nessuno venisse lasciato indietro nella ripartenza. Non è necessario attribuire alla vicenda un significato politico. Il fatto interessante è un altro: davanti allo stesso evento, la capacità di rialzarsi non è uguale per tutti.

La stessa espressione compare in un contesto completamente diverso a Monza. Durante i giorni del Gran Premio d’Italia, un progetto realizzato con ragazzi autistici ha portato in Piazza Duomo una monoposto costruita dopo circa 1.500 ore di lavoro insieme a professionisti e associazioni. Il messaggio degli organizzatori era che l’inclusione non dovesse essere una gara riservata a pochi, ma un percorso nel quale nessuno fosse lasciato indietro. La notizia non misura lo stato dell’inclusione in Italia e non può essere usata come indicatore statistico. Mostra però un cambiamento nel linguaggio: partecipare non significa semplicemente essere presenti, ma poter mettere realmente in gioco capacità e competenze.

È quando allarghiamo lo sguardo oltre l’Italia che la trasformazione diventa ancora più evidente. La stampa internazionale e, soprattutto, le fonti scientifiche e istituzionali stanno utilizzando sempre più spesso il concetto di left behind non soltanto per descrivere chi è escluso, ma anche chi rischia di perdere terreno durante una transizione.

L’intelligenza artificiale è il caso più evidente. L’Organizzazione internazionale del lavoro ha pubblicato a giugno una rassegna delle evidenze empiriche sull’impatto della GenAI su occupazione, produttività e organizzazione del lavoro. Il quadro non sostiene l’idea di una distruzione generalizzata dei posti di lavoro: lo spostamento occupazionale su larga scala resta finora limitato. I guadagni di produttività esistono, ma sono disomogenei, mentre tra i rischi più chiari emergono l’aumento delle disuguaglianze, le difficoltà per i lavoratori più giovani e i cambiamenti nell’autonomia e nella qualità del lavoro.

Questo dato è importante proprio perché allontana la discussione dalla paura più semplice, quella secondo cui “le macchine prenderanno il posto di tutti”. La questione che emerge dalle fonti è più complessa: chi riuscirà a utilizzare la nuova tecnologia come strumento e chi finirà per subirla senza avere competenze, formazione o possibilità di adattamento?

L’OCSE conferma che le competenze sono già uno degli elementi decisivi. Nel rapporto pubblicato a giugno sull’AI e le competenze, l’organizzazione identifica la mancanza di preparazione adeguata come uno dei principali ostacoli all’adozione dell’intelligenza artificiale e segnala un aumento della domanda di lavoratori altamente qualificati, capaci di utilizzare, analizzare e interpretare dati. Un altro lavoro OCSE pubblicato a luglio insiste sullo stesso nodo: nell’era dell’AI, la capacità di aggiornare continuamente le competenze diventa parte integrante della partecipazione al mercato del lavoro.

Anche qui sarebbe sbagliato arrivare a conclusioni automatiche. L’OCSE ha ricordato il 15 agosto che le difficoltà dei giovani nell’ingresso nel mercato del lavoro sono reali, ma le prove disponibili non dimostrano che l’intelligenza artificiale ne sia oggi la causa. Il peggioramento era iniziato prima della diffusione dei grandi modelli linguistici. La tecnologia può però modificare mansioni, modalità di assunzione e competenze richieste, quindi il fenomeno deve essere seguito nel tempo.

È una distinzione essenziale per Lasciato Indietro. Non stiamo cercando una tecnologia da accusare e neppure una soluzione politica da sostenere. Stiamo osservando dove una trasformazione può creare nuove distanze tra persone che partono da condizioni diverse.

La stessa logica vale per l’assistenza agli anziani. Uno studio pubblicato il 3 agosto sulla Review of Economics of the Household porta già nel titolo l’espressione Left behind. L’analisi, basata sui dati SHARE relativi agli over 65 europei con limitazioni funzionali, rileva che bisogni di assistenza di lungo periodo non soddisfatti sono associati a un minore accesso ad alcuni servizi sanitari, soprattutto quando servono mobilità, accompagnamento e capacità organizzativa. In altre parole, avere un bisogno sanitario non garantisce da solo di riuscire a trasformarlo in una cura effettivamente ricevuta.

Qui torniamo a uno dei temi originari della rubrica: la distanza tra diritto e possibilità concreta. Ma c’è un passaggio ulteriore. Lo studio sottolinea che l’invecchiamento della popolazione, il cambiamento delle strutture familiari e la minore disponibilità di assistenza informale possono rendere quella distanza più ampia. Non è un problema che riguarda esclusivamente l’Italia, né possiamo prevedere che gli effetti saranno identici in tutti i Paesi. È però un fenomeno europeo che merita di essere osservato proprio perché le trasformazioni demografiche procedono lentamente, ma producono conseguenze molto concrete quando raggiungono i servizi e le famiglie.

È qui che la stampa e la ricerca internazionale diventano utili anche per una rubrica italiana. Non perché ciò che accade altrove debba necessariamente arrivare da noi, ma perché alcuni contesti possono rendere visibile prima un problema che altrove è ancora meno evidente.

Questa cautela va mantenuta soprattutto quando si parla di tecnologia. Nessuna delle fonti analizzate permette oggi di affermare che l’intelligenza artificiale produrrà inevitabilmente disoccupazione di massa, che i giovani verranno espulsi dal mercato del lavoro o che la società italiana seguirà automaticamente i percorsi osservati in altri Paesi. Sarebbe una previsione non sostenuta dai dati.

Possiamo però dire qualcosa di più limitato e, proprio per questo, più utile: quando una trasformazione aumenta il valore delle nuove competenze, chi dispone di minori occasioni di formazione rischia di trovarsi in una posizione più debole. Quando una crisi richiede risorse immediate, chi ne possiede meno può ripartire più lentamente. Quando una persona fragile ha bisogno non soltanto di una cura ma anche di qualcuno che la aiuti a raggiungerla, l’assenza di quella rete può trasformarsi in un ostacolo sanitario.

Sono fenomeni differenti. Non hanno una causa comune e non devono essere confusi. Ma condividono una domanda: quanto conta la capacità individuale di adattarsi quando le condizioni intorno cambiano?

A giugno abbiamo iniziato osservando il timore dell’esclusione e la ricorrenza dell’espressione “nessuno deve essere lasciato indietro”. Poi abbiamo incontrato sanità, lavoro, città e inclusione. Ad agosto siamo arrivati alla distanza tra il diritto riconosciuto e il diritto realmente esercitabile, quindi alla famiglia e alla scuola. La fase che si apre adesso potrebbe riguardare la capacità di stare dentro il cambiamento.

Non è una conclusione definitiva. È un’ipotesi di osservazione che le prossime settimane potranno confermare, indebolire o smentire.

Ed è proprio qui che il confronto internazionale può diventare utile senza trasformarsi in allarmismo. Guardare ciò che accade fuori significa osservare in anticipo le conseguenze possibili di fenomeni che da noi potrebbero assumere forme diverse o non verificarsi affatto. Serve a formulare domande prima che diventino emergenze, non a presentare come inevitabile ciò che ancora non lo è.

La domanda che resta, allora, è molto semplice: se sappiamo che lavoro, competenze, demografia e servizi stanno cambiando, possiamo aspettare che qualcuno perda terreno prima di chiederci quali strumenti gli mancano?

Forse il significato più recente di Lasciato Indietro è proprio questo. Non soltanto vedere chi è già fuori, ma capire dove una distanza sta cominciando ad allargarsi. Perché raccontarla dopo significa descriverne le conseguenze. Riconoscerla prima significa almeno provare a comprenderne le cause.

La rubrica Lasciato Indietro prosegue il percorso di osservazione sociale nato dall’omonima opera di Dino Tropea. Le fonti internazionali sono utilizzate come confronto per leggere fenomeni già visibili in altri contesti e non come previsione certa del loro verificarsi in Italia.