Dopo cinque mesi di lavoro e un testo approvato all’unanimità, il Consiglio toglie alla Commissione il mandato di scrivere l’atto. Secondo la Presidente, a guidare la revoca c’è anche chi a luglio aveva votato sì.
Nel Municipio Roma XI la vicenda dell’Osservatorio sull’antisemitismo e su ogni forma di discriminazione ha un nuovo capitolo, e non è a lieto fine. Il 24 settembre il Consiglio municipale ha revocato alla Commissione Politiche Sociali e dell’Integrazione la sede redigente. Tradotto per chi non frequenta le aule consiliari: la Commissione non ha più il compito di scrivere l’atto. Secondo la Presidente Fabiana Di Segni, vanno così in fumo cinque mesi di lavoro.
Per capire cosa è successo serve la sequenza dei fatti. La riporto come l’ha ricostruita Di Segni, date alla mano.
Il 23 aprile, racconta la Presidente, la maggioranza chiede modifiche a una mozione presentata da lei e dal consigliere Migliorelli, poi decide di non votarla. Il 7 maggio è il Consiglio stesso ad affidare alla Commissione la sede redigente. «Non me la sono assegnata», precisa Di Segni. Il 4 giugno la maggioranza chiede una proroga. Il 17 luglio viene protocollato un maxi-emendamento, cioè il testo riscritto. Secondo la Presidente è il frutto di un confronto politico e le viene trasmesso dal Presidente del Municipio, Gianluca Lanzi. Il 22 luglio la Commissione lo approva all’unanimità.
A voto concluso emerge però un subemendamento. Secondo Di Segni era protocollato, ma nessuno lo aveva presentato prima o durante la votazione. Da lì comincia lo stallo. Il 23 settembre, riferisce la Presidente, la maggioranza non garantisce in Commissione i numeri necessari a chiudere l’iter. Il 24 settembre la stessa maggioranza, in Consiglio, revoca il mandato perché il percorso non sarebbe arrivato a conclusione.
È qui che Di Segni pone la domanda più semplice di tutte: «allora che cos’era il documento del 17 luglio?»
Il nome che ricorre più spesso nella sua ricostruzione è quello del consigliere Adriano Sias, di Demos. Secondo la Presidente è lui a guidare in Aula la difesa della revoca, parlando di un percorso che non avrebbe prodotto una sintesi condivisa. Di Segni ricorda però un dettaglio che, a suo dire, manca in quel racconto: «il 22 luglio Sias aveva votato sì». E aggiunge: «Se ha cambiato idea, lo dica».
Nel mio mestiere, quando una notizia non piace più, si chiede una rettifica. Stando alla ricostruzione di Di Segni, a Roma XI si è sperimentata una variante più ambiziosa: rettificare il proprio voto senza dichiararlo.
Poi c’è la mattinata del 24. Di Segni riferisce che l’appello era previsto alle 9.30, ma sarebbe stato fatto solo intorno alle 11. I romani lo chiamerebbero quarto d’ora accademico, se non fosse che di quarti d’ora, qui, ne sarebbero passati sei. Alla sua contestazione, racconta, il Presidente del Consiglio Cristiano Sollazzo avrebbe spiegato che si stava dando tempo ai consiglieri di arrivare. La sua risposta, secondo Di Segni, è stata in sostanza: «Grazie, staremo più attenti». La Presidente sostiene che in quell’intervallo la maggioranza non avesse ancora i numeri per approvare la revoca, e chiede di verificarlo acquisendo formalmente le presenze. «Perché le regole non possono adattarsi ai numeri. Sono i numeri che devono sottostare alle regole».
Nella sua versione, l’epilogo è quasi paradossale. Approvata la revoca, i numeri vengono meno e il Consiglio deve essere riconvocato per venerdì 25 settembre. È lo stesso giorno in cui era già convocata la Commissione Politiche Sociali, che a questo punto rischia di non potersi svolgere regolarmente.
Di Segni annuncia che trasmetterà la documentazione al Segretariato Generale di Roma Capitale, alla Prefettura di Roma e al Ministero dell’Interno. Chiederà di verificare la regolarità della procedura e della seduta, il valore del voto del 22 luglio e la sorte del lavoro già svolto. E precisa: «Non attribuisco intenzioni che dovranno eventualmente essere accertate».
Saranno quelle sedi a stabilire chi ha ragione sulle regole. Sul piano politico, però, resta una domanda che chiunque può porsi, anche senza conoscere un regolamento. È la stessa che pone Di Segni: perché azzerare tutto, invece di fissare alla Commissione un termine definitivo per concludere? Se un testo è stato scritto, firmato e votato all’unanimità dalla stessa maggioranza, cancellarlo è una scelta che va spiegata. Tanto più su un tema, la lotta all’antisemitismo, che dovrebbe unire più di qualunque altro.
Di Segni chiude con una frase che suona come un promemoria: «E questo, almeno, nessuna maggioranza può cancellarlo dai verbali».
I verbali, a differenza delle maggioranze, non cambiano idea. E di solito non arrivano in ritardo all’appello.




