I messaggi per i parenti, firmati da entrambi i genitori, rivelerebbero il movente del drammatico gesto. Attesa per le autopsie e gli esami balistici
ROMA – Luca e Valentina avrebbero pianificato da tempo e con grande attenzione la fine della loro esistenza e di quella della famiglia che avevano costruito insieme: Bianca, la figlia tanto desiderata, di cui non sopportavano più essere testimoni ogni giorno della sua sofferenza, e anche Theo, il cane che avrebbe sofferto troppo la loro assenza. Una dozzina di lettere d’addio sono state rinvenute sul tavolo in soggiorno, nella casa in cui tutti e quattro erano stati una famiglia: una per ogni parente e persona considerata di famiglia, tutte firmate da entrambi.
L’indomani della tragedia di Pietralata, quartiere della Capitale dove un’intera famiglia è stata ritrovata senza vita e con ferite da sparo, nella propria abitazione, si cerca di dare un senso a qualcosa che è apparso troppo doloroso da affrontare: la scelta di due genitori- Luca Abbasciano, 42 anni, e sua moglie Valentina Pambianco, 41 anni- di mettere fine alla propria famiglia, a sé stessi e al loro affetto più grande, la loro figlia che non aveva ancora 6 anni e che temevano di perdere troppo presto.
UNA FINE ATTENTAMENTE PIANIFICATA
Nonostante i segni degli spari sui loro corpi, giacevano tutti in ordine, vicini, sul letto della camera di Luca e Valentina, e la casa era in ordine, pulita. Nessuno ha sentito rumori di spari nel quartiere: probabilmente anche il momento in cui è stato compiuto il tragico gesto è stato scelto accuratamente, forse domenica scorsa, o comunque un giorno della settimana passata in cui i vicini erano via in vacanza. E poi anche l’acquisto della Glock, la pistola con cui l’hanno fatta finita, era stata comprata pochi mesi fa, ottenendo solo il permesso per la detenzione. Tutto quindi sembra che sia stato accuratamente predisposto per arrivare lì, a un punto di non ritorno.
LE LETTERE DI ADDIO, COSA C’È SCRITTO
Anche le lettere, una dozzina, indirizzate ai parenti erano state scritte diversi giorni prima, forse settimane. Riportano parole di affetto, di scuse, contengono disposizioni scrupolose sui propri beni e lasciti per ogni persona cara. “Pensa tu a papà”, c’era scritto in uno dei messaggi destinato a un fratello di Abbasciano.
Dai plichi gli investigatori hanno cercato informazioni sul movente di quello che sembra non poterlo avere. La coppia affrontava dal 2021 la malattia della figlia, nata prematura, con gravi problemi di salute e non autosufficiente, con una patologia che aveva colpito ossa e vista e che non le avrebbe lasciato scampo. A sintetizzare lo stato di disperazione in cui affrontavano ogni giorno è quella frase “da soli non ce la facciamo”, riportata nelle lettere d’addio, parole che ora sembrano un grido caduto nel vuoto.

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LE PRIME RICOSTRUZIONI
Secondo le prime ricostruzioni degli investigatori dei carabinieri, intervenuti ieri in via dell’Antracite, a premere il grilletto sarebbe stato Luca, tecnico informatico che non aveva affatto la passione per le armi da fuoco. Prima ha sparato contro Theo, il cane, poi contro moglie e bimba, infine su se stesso. Ma saranno le autopsie e gli esami balistici richiesti dalla Procura a dare risposte definitive sulla ricostruzione di quanto successo. Al momento le indagini puntano ad escludere il possibile coinvolgimento di terze persone e confermare l’ipotesi di omicidio-suicidio che ormai, alla luce dei messaggi lasciati dalla coppia, sembra una certezza.
GRILLO: “È TEMPO DI ISTITUIRE UN REDDITO DI CURA”
“‘Da soli non ce la facciamo’. Sono queste le parole lasciate in una lettera da Luca Abbasciano e Valentina Pambianco prima della tragedia avvenuta a Pietralata ieri, a Roma. Lui aveva 42 anni, lei 41, e loro figlia Bianca aveva 5 anni, era affetta da una grave disabilità. Sono stati trovati senza vita nella loro abitazione, insieme al cane di famiglia. L’ipotesi degli investigatori è quella di un omicidio-suicidio. Nelle lettere, i genitori avrebbero raccontato la propria disperazione e la paura di lasciare Bianca sola. Un anno fa, dopo un’altra tragedia familiare avvenuta a Modena, avevamo proposto l’istituzione di un Reddito di Cura. Oggi rilanciamo quella proposta, perché nel frattempo il problema è rimasto purtroppo dove si trovava, sulle spalle delle famiglie”. Così Beppe Grillo in un post pubblicato sul suo blog dal titolo ‘È tempo di istituire un Reddito di Cura’.
In Italia, spiega, “oltre 3 milioni di persone convivono con limitazioni gravi nelle attività quotidiane. Intorno a loro esiste un esercito quasi invisibile di familiari che garantisce ogni giorno quella cura che il sistema pubblico riesce a offrire soltanto in parte. I dati parlano di più di 7 milioni di persone impegnate, con intensità diverse, nell’assistenza di un proprio caro, e la maggioranza sono donne. A questi numeri aggiungiamo le demenze, che oggi riguardano circa 1,4 milioni di italiani e potrebbero superare i 2,2 milioni entro il 2050 (circa 600.000 persone convivono con l’Alzheimer). Letti così sembrano semplici numeri ma dietro ogni cifra, però, c’è una famiglia la cui vita viene lentamente riscritta dalla malattia”.
E prosegue: “L’indennità di accompagnamento nel 2026 ammonta a 551,53 euro mensili. Viene riconosciuta alla persona con invalidità totale che non riesce a camminare autonomamente o a compiere gli atti quotidiani senza assistenza. È una prestazione necessaria, ma appartiene alla persona assistita e viene assorbita facilmente dai costi della malattia. In molte città quella cifra copre appena una parte del costo di una badante regolarmente assunta. Al caregiver, invece, può restare poco o nulla. L’assistenza prolungata può compromettere il lavoro e l’autonomia economica, con conseguenze che continuano anche quando il periodo di cura è terminato. Esistono permessi e congedi per alcune categorie di lavoratori, oltre a fondi distribuiti attraverso le Regioni e interventi legati all’ISEE. L’accesso, però, cambia a seconda del territorio, della condizione lavorativa e dei criteri stabiliti dai singoli bandi. Famiglie che vivono situazioni simili possono ricevere risposte completamente diverse soltanto perché risiedono in regioni differenti. Nel 2024 il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare disponeva di 25,8 milioni di euro. Anche le nuove proposte parlano di contributi fino a 400 euro al mese, ma prevedono condizioni molto rigide. In pratica, per essere riconosciuto dallo Stato, un caregiver dovrebbe prima trovarsi quasi privo di reddito, e anche allora riceverebbe una somma incapace di compensare ciò che ha perso”.
LA PROPOSTA
E rilancia la proposta: “Perché quindi non immaginiamo di realizzare un ‘Reddito di Cura’ per i Caregiver? Un sostegno stabile, un reddito vero, garantito, a chi assiste ogni giorno un familiare gravemente disabile o affetto da malattie neurodegenerative. Un reddito indipendente dall’ISEE, una sorta di reddito universale, sufficiente a permettere a chi cura, di vivere senza essere schiacciato anche dal bisogno economico. La questione dell’ISEE va affrontata con serietà, un Reddito di Cura universale avrebbe un costo rilevante e richiederebbe regole trasparenti, capaci di valutare il peso reale dell’assistenza prestata. Ma il principio dovrebbe essere chiaro, la cura ha un valore sociale anche quando si svolge dentro una casa e senza un contratto. Se quel lavoro scomparisse domani, il sistema sanitario e assistenziale italiano non sarebbe in grado di sostituirlo. Le famiglie stanno già tenendo in piedi una parte enorme del welfare nazionale, lo fanno gratuitamente e spesso pagando di tasca propria. Il Reddito di Cura, però, da solo non basterebbe, un assegno può alleggerire il peso economico, ma non può sostituire una rete pubblica capace di seguire davvero la persona malata e la sua famiglia. Molte famiglie sono già seguite dagli assistenti sociali, che svolgono un lavoro prezioso, spesso con risorse limitate e troppi casi da gestire. Se lo Stato consegnasse del denaro lasciando tutto il resto sulle spalle dei parenti, finirebbe per trasformare il caregiver in un assistente a tempo pieno ancora più solo”.
E ricorda: “Nell’aprile del 2025, a Modena, un uomo di 83 anni uccise la moglie, affetta da demenza, e il figlio con autismo, poi si tolse la vita. Anche lui aveva ricevuto una diagnosi iniziale di Alzheimer. Una tragedia familiare ha sempre cause complesse e nessun sostegno economico permette, da solo, di spiegare o prevenire ogni gesto estremo. Vicende come questa di Pietralata e quella di Modena, però, ci obbligano a guardare ciò che accade dentro case nelle quali la malattia e l’isolamento finiscono per schiacciare le stesse persone. Non possiamo accorgerci dei caregiver soltanto quando crollano, dobbiamo riconoscerli mentre stanno ancora sostenendo il peso della cura, prima che la stanchezza diventi disperazione. Un Paese si giudica anche da questo, dal valore che attribuisce al tempo e alla vita di chi si prende cura delle persone più fragili”.
“Se uno Stato abbandona i più deboli e chi li assiste, rinnega la sua missione più importante”, è l’amara conclusione.
FISH: TRAGEDIA PIETRALATA IMPONE CAMBIO PASSO. “NESSUNO DEVE ESSERE LASCIATO SOLO”
La FISH – Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie – esprime profondo dolore e vicinanza di fronte alla tragedia avvenuta nel quartiere di Pietralata, a Roma, dove un padre, una madre e la loro bambina con disabilità sono stati trovati senza vita. E’ quanto si legge in una nota della FISH.
Sarà compito degli inquirenti ricostruire con esattezza quanto accaduto e accertare ogni circostanza, riferisce la nota. Di fronte a una vicenda tanto drammatica è necessario mantenere rispetto, prudenza e responsabilità, evitando qualsiasi semplificazione. Vi è tuttavia un elemento sul quale le istituzioni e l’intero sistema di welfare devono interrogarsi con urgenza: la famiglia risultava conosciuta e seguita dai servizi territoriali. Eppure, evidentemente, i sostegni non sono stati sufficienti a intercettare e soddisfare la complessità dei bisogni di quel nucleo familiare.
“La vera presa in carico- dichiara Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH- significa conoscere profondamente i bisogni della persona e della sua famiglia, accompagnarli nel tempo, costruire risposte personalizzate, verificare costantemente se quelle risposte siano ancora adeguate e intervenire immediatamente quando emergono condizioni di isolamento, esasperazione o difficoltà. Non intendiamo attribuire responsabilità prima che siano chiariti tutti gli elementi, ma una domanda dobbiamo porcela: come è possibile che una famiglia formalmente inserita nella rete dei servizi possa arrivare a percepirsi comunque così sola e priva di prospettive? È su questo interrogativo che il sistema pubblico deve avere il coraggio di misurarsi”.
Secondo la FISH, spiega la nota, questa tragedia richiama con forza la necessità di superare definitivamente una concezione del welfare costruita attorno alle singole prestazioni. Le persone hanno bisogno di un sistema capace di costruire intorno a loro risposte continuative, coordinate e realmente personalizzate.
“Il Progetto di Vita, previsto dal decreto legislativo 62 del 2024, rappresenta una delle riforme più importanti degli ultimi decenni- sottolinea Falabella- Ma una grande riforma rischia di rimanere soltanto una straordinaria dichiarazione di principi se non viene accompagnata da risorse economiche, professionali e organizzative adeguate. Non possiamo pensare di costruire progetti personalizzati senza un numero di operatori sufficiente, senza servizi domiciliari, senza interventi di sollievo, senza assistenza personale, senza sostegni educativi e sociosanitari e senza una reale integrazione tra Comuni, servizi sanitari e territorio”.
Accanto al Progetto di Vita rimane poi aperta un’altra questione fondamentale: il riconoscimento e il sostegno dei caregiver familiari, continua la nota della Fish. Troppo spesso ancora oggi madri, padri, coniugi, fratelli e sorelle sono costretti a trasformare completamente la propria esistenza per garantire assistenza continuativa alla persona con disabilità, rinunciando al lavoro, alla vita sociale, al riposo e, in molti casi, alla propria sicurezza economica.
“Non possiamo continuare a considerare l’amore familiare come una risorsa inesauribile e gratuita sulla quale scaricare ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire- afferma Falabella- Il caregiver deve essere sostenuto, accompagnato e tutelato. Servono servizi di sollievo, sostegni economici adeguati, tutela previdenziale, conciliazione con il lavoro e soprattutto la certezza di non essere lasciati soli nella responsabilità quotidiana della cura”.
Alla Camera è attualmente in corso, presso la XII Commissione Affari sociali, l’esame delle proposte sul riconoscimento e il sostegno delle persone che assistono i propri familiari, compreso il disegno di legge governativo presentato nel febbraio 2026. Per FISH, prosegue la nota della Federazione, è necessario che questo percorso parlamentare venga portato rapidamente a compimento, assicurando alla nuova disciplina risorse proporzionate alla portata del problema.
La tragedia di Roma non può trasformarsi soltanto in qualche giorno di commozione collettiva, conclude la nota. Deve diventare una responsabilità politica e istituzionale. Non possiamo intervenire soltanto quando il dolore diventa tragedia. Occorre essere presenti prima, leggere i segnali, costruire reti territoriali capaci di accompagnare realmente le persone e garantire alle famiglie la possibilità di chiedere aiuto prima che la solitudine diventi disperazione. Nessuna persona con disabilità deve essere considerata un peso. Nessuna famiglia deve essere costretta a pensare di dover affrontare tutto da sola. È da questa responsabilità che le istituzioni devono ripartire.
(photo credit: rainews/web)



