
La falsificazione artistica è una “storia nella storia” che seppure non sotto silenzio è da comprendere bene, e che, anche secondo alcune riflessioni del noto critico d’arte Paolo Battaglia La Terra Borgese, condiziona da sempre l’evoluzione culturale, i musei e le dinamiche economiche globali. Questa tematica solleva il velo su un fenomeno sommerso ma cruciale, evidenziando come il falso d’arte non sia una semplice truffa commerciale, bensì un elemento speculare e inscindibile dalla storia dell’arte ufficiale
Abbiamo reperito parecchio dal web, e raccolto da altre fonti, per arrivare ad una tesi di tipo compilativo che, sommessamente, possa anche costituire uno strumento di ricerca sperimentale in materia di storia della falsificazione dell’arte; volutamente, sensatamente, concettualmente, consapevoli dei limiti di un articolo e con responsabile senso del dovere culturale, abbiamo mantenuto distante da noi ogni qualsiasi irragionevole obiettivo di completezza. E sia per onestà intellettuale e sia perché ci si sente scevri da qualsiasi vena di plagio, corre l’obbligo di puntualizzare di avere attinto noi soprattutto dalle opinioni e dai pareri di Paolo Battaglia La Terra Borgese, in quanto autorevole critico d’arte tra i maggiori esperti del falso nella storia d’arte.
La storia dell’arte racchiude un terreno scivolosissimo che è quello della falsificazione artistica. Un fenomeno certamente non sotto silenzio ma che occorre approfondire spingendo in ogni specifica epoca storica della falsificazione. Non solo è indispensabile conoscere la storia del falso artistico, occorre anche favorire la divulgazione dei metodi scientifici odierni usati dai critici e dagli storici utili a smascherare i falsi d’arte, a benefizio della cultura.
Siamo partiti da molto lontano, in quanto la falsificazione artistica si manifesta già nell’antichità; anche se poi si storicizza, attraverso artisti e avvenimenti importanti quanto notevoli, in cinque momenti cruciali della società europea, sia in ambito culturale e mercantile che tecnologico e scientifico. Si pensi a Michelangelo, al Salon des Réfusés, a Han van Meegeren, a Orson Welles, alle analisi scientifiche.
Il falso, va ammesso, non è solo una truffa, ma un specchio dei gusti dell’almo mercato di ogni epoca, e costituisce una storia nella storia dell’arte.
Sintetizzando, e analizzando il fenomeno dalla sua genesi, è possibile distinguere almeno sei periodi cruciali e cruciati: 1)l’Antichità nella cultura greca e romana, 2)il Rinascimento di Michelangelo, 3)il Settecento di Ercolano e Pompei, 4)l’Ottocento del Salon des Réfusés, 5)il Novecento, contrassegnato da Han van Meegeren e dal regista Orson Welles, 6)la Diagnostica d’arte.
Il terreno è proditorio
Nell’Antichità classica del mondo antico e romano si copiano le statue greche perché c’è molta richiesta e pochi pezzi originali. Ne viene che la falsificazione artistica risale a più di duemila anni fa: in particolare, in quel periodo, gli scultori antichi romani producono proditoriamente, copie di sculture greche, sia per conto dei committenti collezionisti, ma anche per la vendita ad ignari acquirenti.
Il Rinascimento segna il caso di Michelangelo del 1496, quando l’artista, ancora ventunenne, scolpisce un Cupido dormiente per farlo passare come reperto archeologico romano; in aiuto alla falsificazione intervengono altri, imbrattandolo di fango e terra sotterrandolo. E secondo talune fonti ciò non per truffa ma per Michelangelo dimostrare di sapere eguagliare gli antichi. Ma la vera storia dell’arte tramanda una verità documentata diversa, e cioè che Il Cupido dormiente era una scultura (poi andata perduta in un incendio) realizzata dall’autore rinascimentale per farla sembrare un’opera antica su consiglio di Lorenzo di Pierfrancesco al fine di vendere la scultura a un prezzo più alto tramite il mercante d’arte Baldassarre del Milanese orchestrante il tutto, è lui infatti che vende poi l’opera al cardinale Raffaele Sansoni Riario della Rovere. E se può strapparvi un sorriso: è proprio questa truffa, questa scultura raffigurante un dio d’amore di sei o sette anni di età, che fa volare Michelangelo per la prima volta all’attenzione dei mecenati di Roma, proprio mediante il cardinale truffato, molto soddisfatto di quell’acquisto e entusiasticamente incantato dall’opera (in seguito scoprirà di essere stato ingannato ma manterrà integro il suo apprezzamento positivo delle capacità di Michelangelo).
DICOTOMIA: nel Rinascimento, la crescente prosperità della borghesia genera una forte domanda di arte e, per identificare le proprie opere, molti pittori iniziano a contrassegnarle. Questi segni si evolvono poi in firme. È quando la domanda di determinate opere d’arte inizia a superare l’offerta, che sul mercato iniziano a comparire marchi e firme falsi.
L’Ottocento e il Settecento. La crisi dell’Accademia dovuta al suo rifiuto di mostre ufficiali traghettatrici di nuove idee, spinge gli artisti a cercare strade diverse e indipendenti. Nasce così il moderno mercato dell’arte la cui origine si colloca in Francia alla seconda metà dell’Ottocento, nel 1863, con il Salon des Réfusés e con l’ascesa dei primi grandi mercanti d’arte. È soprattutto con la nascita del mercato dell’arte moderno che i falsari dell’Ottocento iniziano a lavorare per ricchi collezionisti.
Tuttavia, il secolo in cui la vera e propria falsificazione artistica fiorisce numericamente è il XVIII. Nel Settecento infatti, con le scoperte di Ercolano e Pompei, il commercio artistico è invaso da moltissime pitture e sculture che ingannano anche gli intenditori e che fungono da simbolo di prestigio e potere nelle case dei collezionisti.
Novecento. Negli anni 1930 e 1940 il pittore olandese Han van Meegeren dipinge false opere di Johannes Vermeer così bene da ingannare i massimi esperti, e così bene da vendere un falso persino ai gerarchi nazisti durante la Seconda guerra mondiale (dopo verrà scoperto).
Il Novecento e il caso Picasso-Welles. Oltre che da Han van Meegeren, il Novecento è funestato dalla faccenda Welles-Picasso. Nel suo celebre film documentario sulla falsificazione dell’arte F for Fake (F come falso), il regista, Orson Welles, mette in bocca a Picasso una frase del tutto inventata ma che ancora oggi viene erroneamente ritenuta realmente pronunciata. La frase che nel docufilm – e non nella realtà – pronuncia Picasso è “Posso dipingere un falso Picasso al pari di chiunque altro”.(1) Bene, che si tratta di una frase romanzata in cui l’accuratezza degli eventi si fonde con dettagli inventati per scopi narrativi ed emotivi è dimostrato dalla totale assenza di documenti storici in proposito; e per di più: un documento della Università Ca’ Foscari di Venezia in Italia attesta la natura romanzata di tale frase (https://edizionicafoscari.unive.it/media/pdf/article/venezia-arti/2021/1/art-10.30687-VA-2385-2720-2021-07-009.pdf, pagg. 136 e 137); e non finisce qui: tale frase è stata anche storpiata in “Picasso una volta disse che avrebbe firmato un falso molto ben fatto”. È reale, invece, la chiara finalità che Welles affida al suo film, quella di riflettere sul valore dell’arte, sul concetto di originalità e sul mercato dei falsi per esplorare attentamente il confine labile tra verità e menzogna nel mondo dell’arte e attribuire al falso un’autonomia espressiva, decretandolo un genere artistico al pari di altri.
La diagnostica d’arte. Se pur possibile senza il rischio di essere scoperti, oggi essere falsari è molto complicato. A infastidire profondamente gli artisti del falso è la diagnostica artistica: con la datazione al carbonio, la datazione col biossido di piombo, i raggi x, la fluorescenza, la pirolisi-cromatografia gassosa-spettrometria di massa, l’analisi degli isotopi stabili, la termoluminescenza, la decomposizione wavelet.
Ma cosa è il falso? Per falsificazione di oggetti d’arte è da intendersi la contraffazione di opere altrui praticata con intenzione di dolo. Possono ritenersi casi di falsificazione quelli in cui un antiquario vende una copia vantandola come originale; oppure quei fatti in cui l’oggetto non appartiene all’autore dichiarato; o anche fatti dove il venditore spaccia come antica un’opera che invece non lo è affatto; o casi in cui un’opera autentica e vera sia stata manomessa.
Come difendersi. Neanche i certificati di autenticità sono sinonimo di certezza. A volte, questi, vengono rilasciati per aumentare il valore economico di un’opera d’arte di importanza mediocre, sbandierandone connotati implausibili.
E – sebbene difficile e complessa è la identificazione di opere di pregio, compiute in epoca relativamente recente, perché intorno ad esse la critica non ha ancora potuto approfondire – è ovvio che per poter sventare questi inganni il mezzo più sicuro è quello di affidarsi ad un esperto ed onesto conoscitore, che possa riconoscere, eventualmente, le incongruenze stilistiche.
Si noti che anche la tradizione familiare può essere causa di false credenze, a meno che non sia sostenuta da seria documentazione (provenienza, autenticità, aste, esposizione). E pure le firme sui dipinti, bisogna aggiungere, non costituiscono una prova positiva di autenticità: per esempio, molti artisti, nel passato, non firmavano le loro opere.
La validità della firma può essere accettata soltanto quando lo stile del dipinto è chiaramente quello dell’artista.
Sì, è vero che i critici d’arte, gli storici, i tecnici del restauro e gli scienziati fanno squadra, alleati, per smascherare ogni contraffazione artistica, trovando gli errori e gli anacronismi stilistici. Tuttavia i procedimenti scientifici non riescono a provare sempre la falsità, oppure assicurare l’originalità di un dipinto; lo strumento fondamentale rimane perciò il giudizio estetico, anche se tratto col soccorso delle diverse scienze tecniche.
Ciononostante tante opere false sono facilmente smascherabili da una semplice analisi chimica del colore che individui pigmenti ancora sconosciuti nel periodo in cui il dipinto avrebbe dovuto essere stato effettivamente concepito.
Per concludere e – lo ribadiamo – senza alcuna pretesa di completezza. Il dipinto falso più celebre della storia dell’arte è considerato Cena in Emmaus , dipinto nel 1937 dal falsario olandese Han van Meegeren e spacciato come un capolavoro ritrovato del maestro seicentesco Johannes Vermeer. Questo dipinto rappresenta la vendetta del falsario Han van Meegeren contro i critici d’arte che definirono i suoi lavori personali “mediocri e superati”. Van Meegeren dimostra così il suo valore: creando un dipinto talmente perfetto da costringere gli esperti a osannarlo; e addirittura quando il celebre storico dell’arte Abraham Bredius visiona il quadro lo definisce ufficialmente “il capolavoro di Johannes Vermeer di Delft”. La critica crede allora così di aver trovato il tassello mancante per dimostrare l’influenza del Caravaggio sul giovane Vermeer! Oggi il dipinto falso Vermeer si trova al Museo Boijmans Van Beuningen, Rotterdam.
(1) «Un amico di un altro amico una volta mostrò a Picasso un Picasso. “No, è un falso” rispose il pittore. Lo stesso amico si procurò un altro presunto Picasso e Picasso disse che anche questo era un falso. Se ne procurò un altro ma anche questo era falso, disse Picasso. “Ma Pablo”, replicò l’amico “ti ho visto con i miei occhi mentre lo dipingevi.” “Posso dipingere un Picasso falso al pari di chiunque altro”, rispose Picasso.»
La Direzione ringrazia il Critico d’Arte Paolo Battaglia La Terra Borgese dei diritti ceduti senza onere.















